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Questo articolo è stato pubblicato il 03 settembre 2014 alle ore 06:36.
L'ultima modifica è del 05 settembre 2014 alle ore 10:57.

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Ha una sciabola in mano, Matteo Renzi, e la brandisce muovendosi da un capo all'altro della stanza nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Il fido portavoce, Filippo Sensi, a un certo punto, teme che, tra un roteare e l'altro, venga giù un pezzo di lampadario. Guardavo entrambi e pensavo se avevo davanti un novello condottiero o un Don Chisciotte e, soprattutto, in quel lampadario per un attimo ho visto l'Italia e il suo rischio di una caduta fragorosa. Dio ce ne scampi.

A Matteo Renzi e al suo governo, in questi primi sei mesi, non abbiamo risparmiato critiche, a partire dalla composizione della squadra nel giorno di esordio. Non abbiamo condiviso il calendario delle priorità: l'emergenza è l'economia non le riforme istituzionali che sono ovviamente molto importanti, ma per noi vengono appena dopo. Il Paese ha bisogno di ritrovarsi in un disegno civile di sviluppo che liberi le risorse positive e crei un «ambiente» di competitività e di legalità capace di catalizzare fiducia e attrarre investimenti per dare opportunità serie ai troppi giovani senza lavoro e ai troppi quarantenni/cinquantenni che la sera vanno a letto con un'occupazione e la mattina dopo si svegliano senza un impiego e senza la speranza di riaverlo. Ascoltiamolo.

Presidente, il bonus da 80 euro non ha portato l'auspicata scossa all'economia, ma vendite al dettaglio in caduta (-2,6%), nuovo balzo della disoccupazione (12,6%), l'Italia in deflazione e recessione. Il Paese esige serietà: l'emergenza è il lavoro e il lavoro può venire solo dagli investimenti. È ancora in tempo per farlo: se la sente di dire che i 10 miliardi che ha impegnato per il bonus li mette tutti per ridurre il costo del lavoro privato e se la sente di prendere l'impegno di fare (non annunciare) una vera riforma del mercato del lavoro?

Nel modo più categorico le rispondo no sulla prima ipotesi. Ho un'opinione radicalmente diversa e ritengo prematura la valutazione degli effetti del bonus sull'economia: ogni considerazione è parziale in assenza di uno studio serio. Abbiamo voluto il bonus da 80 euro per dare un senso di giustizia sociale e sostenere il potere d'acquisto del ceto medio che è stato tartassato in questi anni e non ha mai visto un intervento di riduzione delle tasse così significativo. Quindi, non solo lo confermo, ma se riesco, lo allargo. Nello stesso tempo, però, abbiamo ridotto l'Irap sulle imprese del 10%...

Lo avete fatto aumentando le tasse sugli utili societari.
Anche qui c'è una logica: abbiamo voluto spostare tassazione dal lavoro alla rendita finanziaria. Per quanto riguarda, invece, la riforma del mercato del lavoro, le assicuro che ci sarà entro l'anno, tocca al Parlamento, ma rispetteremo l'impegno assunto.

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