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Questo articolo è stato pubblicato il 05 settembre 2014 alle ore 07:10.
L'ultima modifica è del 05 settembre 2014 alle ore 07:17.

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«Oggi è una grande giornata per gli investitori in euro-bond!». Tra i tanti commenti entusiastici degli analisti sulla manovra di Mario Draghi, il più appropriato sembra proprio questo. Perché ancora una volta dalla grande crisi del 2008, le massicce iniezioni di liquidità hanno stabilizzato il sistema finanziario ma non hanno rilanciato quello industriale, il lavoro e i redditi delle famiglie.

Sono le banche e i grandi intermediari finanziari, che oltre a beneficiare di tassi di interesse a zero, avranno la possibilità di fare cassa sui derivati che hanno in portafoglio, dai cosiddetti Abs (cartolarizzazioni di prestiti alle imprese) ai Covered bond (obbligazioni garantite da mutui fondiari): per loro, come dimostra il volo spiccato in Borsa dai titoli finanziari e bancari, si profila un lungo periodo di raccolta a basso costo e di maggiore disponibilità di contanti e titoli di Stato da contabilizzare nel patrimonio di vigilanza.
Non che tutto ciò non sia importante: un sistema bancario e finanziario ben capitalizzato e con abbondanza di risorse da impiegare è nell'interesse di tutti gli attori del mercato, dalle aziende industriali e di servizio che hanno bisogno di finanziamenti fino alle famiglie che vogliono chiedere prestiti e mutui. Ma il problema di fondo che ha provocato la paralisi degli investimenti industriali in Italia e nelle altre economie deboli dell'Eurozona, l'aumento della disoccupazione, la caduta dei consumi, la frenata dei redditi e in ultima analisi il palese rallentamento della crescita economica in mezza Europa non è risolto affatto: il denaro non si chiede se mancano le condizioni per remunerare gli investimenti o per indebitarsi per la famiglia. In altre parole, la disponibilità di denaro in quanto tale serve a ben poco se le economie non ricominciano a crescere.

Non è un caso se le stesse banche ripetono da tempo che il vero problema non è la prudenza nella concessione del credito, ma la domanda stessa di credito. E come è noto, solo un miglioramento delle aspettative economiche può rimettere in moto la domanda di credito e quindi riavviare la crescita in modo generalizzato.
Inquadrata in questi termini, dunque, la manovra della Bce ha cambiato ben poco nelle aspettative degli imprenditori e delle famiglie. Certo, il taglio dei tassi e le altre misure di aumento della liquidità hanno favorito immediatamente una caduta del cambio euro/dollaro - condizione necessaria per recuperare competitività nell'export extra-europeo - ma alle imprese servono oggi segnali ben più forti. E questi non possono che venire dalla politica: da quella europea, in primo luogo, ma anche anche dalle politiche fiscali nazionali. Ormai è chiaro a tutti che per uscire dalla recessione, sbloccare la stagnazione o recuperare slancio nella crescita, le misure «straordinarie» varate dalla Bce devono essere accompagnate da misure altrettanto «straordinarie» da parte di Bruxelles: dare maggiore flessibilità ai governi che hanno l'economia nel tunnel nel rigido rispetto dei parametri imposti dal fiscal compact e dal tetto nel rapporto deficit/pil; varare politiche coraggiose di investimenti europei nelle infrastrutture e nel sostegno delle aree ad alta crisi occupazionale. Tutto ciò non per tornare alle spese pazze e alla finanza pubblica allegra, ma per liberare risorse ormai più che mai necessarie da destinare agli investimenti e soprattutto al cuneo fiscale, che in Paesi come l'Italia è ormai a livelli insostenibili.

Non si capisce per quale motivo la flessibilità che i Governi dell'Eurozona hanno garantito fino all'azione della Bce non possa essere estesa anche alle politiche di bilancio nazionali, vista l'emergenza economica che riguarda ormai anche i paesi più forti come la Germania. Ciò non significa accantonare le riforme, anzi: una maggiore flessibilità a fronte di impegni precisi nell'attuazione delle riforme significa entrare in percorso di ripresa a breve, a medio e soprattutto a lungo termine, quando ciò gli effetti benefici delle riforme strutturali si dovrebbero manifestare nella loro pienezza.

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