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Questo articolo è stato pubblicato il 11 settembre 2014 alle ore 12:06.
L'ultima modifica è del 11 settembre 2014 alle ore 16:09.

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Claudio Descalzi (Ansa)Claudio Descalzi (Ansa)

Una mazzetta da un miliardo di dollari ripartita tra nigeriani e italiani: 800 milioni agli africani, 200 agli europei. È questa l'ipotesi investigativa che ha spinto la procura di Milano a iscrivere nel registro degli indagati l'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, con l'accusa di corruzione internazionale. Designato pochi mesi fa al vertice del gruppo dal governo Renzi, Descalzi è finito sotto inchiesta assieme all'ex numero uno della compagnia petrolifera, Paolo Scaroni, al direttore delle operazioni e tecnologie Roberto Casula e al faccendiere Luigi Bisignani, tutti indagato con la medesima ipotesi di reato.

Si tratta dell'ultimo sviluppo di un'inchiesta raccontata nei suoi dettagli lo scorso luglio sul Sole 24 Ore da Claudio Gatti: una brutta vicenda di corruzione internazionale per l'acquisizione, nel 2011, di un giacimento petrolifero al largo della Nigeria. All'epoca Scaroni era amministratore delegato dell'Eni, Descalzi guidava la divisione Oil & gas e Casula presiedeva la Nigerian Agip Exploration Ltd.

De Scalzi è indagato proprio a causa del ruolo ricoperto in quegli anni. Nel registro degli indagati era finito anche Gianluca Di Nardo, procacciatore d'affari amico di Bisignani.
Secondo la procura di Milano (i titolari dell'inchiesta sono i sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro), il pagamento di 1,09 miliardi di dollari al governo nigeriano per ottenere la concessione decennale del campo di esplorazione petrolifera Opl 245 nasconderebbe una gigantesca tangente. Quei soldi, infatti sono stati girati dal governo africano alla società nigeriana Malabu Oil & Gas controllata dall'ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete, e poi sarebbero stati ripartiti tra i protagonisti nigeriani e italiani dell'operazione.

Mercoledì la Corte di giustizia di Londra ha congelato in via preventiva, su richiesta dei pm milanesi, una somma di 83 milioni di dollari depositati su conti riconducibili alla Malabu. Altri 110 milioni erano stati sequestrati a luglio in Svizzera, sempre da conti appartenenti o riconducibili alla società nigeriana. E lunedì la Corte di Londra terrà la prima udienza sul provvedimento di blocco dei fondi.

Nell'inchiesta della procura di Milano è indagata da giugno anche l'Eni in base al decreto legislativo 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese. Ma oggi, in un comunicato, il gruppo petrolifero «ribadisce la sua estraneità da qualsiasi condotta illecita» e «sottolinea di aver stipulato gli accordi per l'acquisizione del blocco unicamente con il governo nigeriano e la società Shell. L'intero pagamento per il rilascio a Eni e Shell della relativa licenza - aggiunge la società - è stato eseguito unicamente al governo nigeriano». Il gruppo petrolifero prende atto poi «che, da documenti notificati ieri alla società nell'ambito di un procedimento estero che dispone il sequestro di un conto bancario di una società terza su richiesta della procura di Milano, risultano indagati presso la procura di Milano l'amministratore delegato e il direttore operazioni e tecnologie» e ribadisce che il gruppo «sta prestando la massima collaborazione alla magistratura e confida che la correttezza del proprio operato emergerà nel corso delle indagini».

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