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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2014 alle ore 07:39.
L'ultima modifica è del 29 settembre 2014 alle ore 09:39.

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Nell'autunno del 2004 Uber (l'azienda californiana - nata nel 2009 - che, grazie a un'applicazione di software, sta ora rivoluzionando il servizio di trasporto automobilistico) non c'era e i tassisti-monopolisti dormivano sonni tranquilli. E più in generale, a proposito di mercato del lavoro, il vento della "concertazione" e dei veto-player aveva ripreso a soffiare forte.

Pochi giorni prima di essere assassinato dalle Br, nel 2002, Marco Biagi aveva scritto: «Il dado è tratto: modernizzazione o conservazione». Due anni dopo, della legge che aveva preso il suo nome era difficile anche solo parlare. Mentre l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, già oggetto nel 2000 di un referendum abrogativo promosso dai radicali e lasciato cadere nel vuoto, era tornato a essere il tabù di sempre. In barba al fatto che si era discusso di modifiche assai meno incisive di quelle controfirmate in sede Cnel nel 1985 dall'allora leader della Cgil, Luciano Lama, e dimenticando il duro confronto, interno alla sinistra, della seconda metà degli anni 90, con tanto di tentativo riformista del governo D'Alema naufragato per l'opposizione della Cgil.
Passati dieci anni, l'autunno del 2014 propone, complici una serie di scadenze e una turbinosa evoluzione del quadro politico che vede il quarantenne premier Matteo Renzi scommettere su cambiamenti profondi, uno schema per il quale tutti i nodi, come si dice, sono venuti tutti insieme al pettine.

Non solo quelli irrisolti di ieri e dell'altro ieri, ma i nodi di vent'anni fa (perché l'Italia non cresce da allora, ben prima dell'avvento dell'euro, al quale si vogliono addossare tutte le colpe, comprese quelle che sue non sono) passando per la Grande crisi scoppiata nel 2008 e dalla quale l'Italia, fanalino di coda del G7, non è ancora uscita.
Parlare di generale "resa dei conti" non è improprio. Perché è un intero Paese, la terza economia d'Europa al cui destino è legata a doppio filo la sorte della moneta unica, che si ritrova con la sua classe dirigente, nessuno escluso, a dover fare i conti con il resto del mondo e, soprattutto, con se stesso.
Infatti, anche i tassisti si misurano ora con il fenomeno Uber e i più avveduti di loro provano, innovando, a far tesoro della nuova concorrenza.
Il calendario fa risaltare questa svolta. Si comincia oggi con la direzione del Pd sulla legge delega per il lavoro e l'articolo 18 e non ci sarà tregua per settimane. La Legge di stabilità entro metà ottobre va approvata e trasmessa alla Commissione europea, che darà un giudizio entro metà novembre. Il 16 ottobre (e poi, di nuovo, il 16 dicembre) milioni di contribuenti pagheranno la Tasi, la tassa che ha inglobato l'Imu e che è la prova monumentale dell'incertezza del diritto. In Parlamento attendono le riforme costituzionali e la legge elettorale, l'emergenza dichiarata ma non praticata e risolta da anni. Siamo nella dirittura finale del semestre della presidenza europea a guida italiana, dove il "cambiaverso" ancora non si vede (quando sarà varato il piano Juncker per 300 miliardi di investimenti?), anzi aumentano i segnali della continuità in salsa tedesca, la stessa che condirà il negoziato sui margini di flessibilità per il bilancio italiano.

Si potrebbe continuare, ma il senso è chiaro. Un Paese impoverito e bloccato - che negli ultimi sei anni (e quattro premier) ha visto raddoppiare la disoccupazione, cadere il Prodotto interno lordo pro capite di 11 punti, crollare dal 2007 la produzione industriale del 25% - s'inoltra in uno degli autunni più difficili e decisivi della sua storia.
Di questo occorre prendere atto, al netto di annunci, battaglie di posizione, guerriglie di potere (e rivalutazioni contabili del Pil) che non cambiano di un millimetro i termini del problema. Le tasse, a partire dall'Irap, non possono che scendere al pari delle spese, e senza trucchi. I decreti attuativi devono avere la precedenza se si vuole evitare che le riforme diventino una parola vuota. La svolta sul lavoro, articolo 18 compreso, deve essere chiara e non il frutto di un compromesso al ribasso che a questo punto pagheremmo ancora più caro sui mercati e a Bruxelles.
«Modernizzazione o conservazione»: il bivio si ripropone.

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