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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2014 alle ore 07:50.

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Se non siete abituati a maneggiare soldi, provate a contarli 80 miliardi. La criminalità, in Europa, ci riescono benissimo, addirittura alla virgola.
Sono infatti 80,440 i miliardi che cosche, clan (italiani e stranieri) e (in minima parte) anche i cosiddetti “freelance” del crimine, incassano illegalmente ogni anno in Europa dai mercati illeciti. Metà del bottino (42,7 miliardi) arriva dalla contraffazione delle merci (dall'abbigliamento ai prodotti agricoli) mentre il resto arriva dal traffico della droga. Che si chiami eroina, cocaina, cannabis o anfetamine poco importa: quel che contano sono gli incassi, che lievitano di anno in anno.

Poco consola sapere che, se ci limitiamo a prendere in considerazione solo sette Paesi europei (Italia, Finlandia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito), il fatturato complessivo di tutte le attività illecite scende a 47,2 miliardi. E ancor meno consola sapere che queste stime sono parziali, visto che non rientrano le frodi (i “caroselli” fiscali sempre più un cavallo di battaglia del crimine organizzato) e il traffico di esseri umani.

Che i dati e le analisi non confortino lo hanno spiegato ieri a Bruxelles, nell'ambito della Conferenza sulle strategie di sicurezza interna agli Stati europei, il professor Ernesto Ugo Savona, direttore di Transcrime (il centro sul crimine transnazionale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e il suo collega Michele Riccardi. I due docenti della Cattolica hanno presentato gli aggiornamenti della ricerca sugli investimenti del crimine organizzato nella Ue. La ricerca, finanziata dall'Unione europea, fa parte del progetto “Organised crime portfolio” ed è alle battute conclusive, visto che a fine anno sarà presentato il report finale.

Non sono solo le cifre che mettono paura. Anzi, visto che vengono riciclate in attività apparentemente legali che alterano la concorrenza, distruggono l'economia sana e inquinano la società, sono proprio gli aspetti operativi delle mafie, quelli che più preoccupano.
Le mete in Europa.
Oltre al Sud Italia e alla Lombardia, sono Andalusia, Provenza, Costa Azzurra e le grandi aree metropolitane come Madrid, Londra, Parigi e Berlino, le mete preferite per gli investimenti.
Per quanto riguarda gli investimenti delle mafie italiane (Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona Unita) non c'e praticamente Paese importante per i traffici illeciti, che non sia stato colonizzato: Irlanda, Inghilterra, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Svizzera, Croazia, Albania e Romania. E non c'è attività in cui i soldi non siano stati riciclati: dall'edilizia al commercio dell'oro, dagli alberghi ai prodotti petroliferi (business emergente), dalla sicurezza privata alle case di cura, passando attraverso ogni altro tipo di traffico o commercio.
Tanto l'Europa, quanto l'Italia sono calamite anche per gli investimenti delle mafie straniere e, tra queste, particolarmente attive sono quella russa (georgiana per la precisione) e quella cinese. In Italia, dove investono nel commercio, nei trasporti, nella ristorazione, nell'edilizia e nel trasferimento di denaro, sembrano sempre più raffinati gli accordi e le compartecipazioni con la criminalità organizzata indigena.
Affari emergenti.
Non solo vecchi business. La ricerca in fase di ultimazione di Transcrime ha preso in esame anche i settori emergenti, tra i quali emergono le energie rinnovabili, il gioco, le agenzie di money transfer, la gestione dei rifiuti, l'agricoltura e le aziende agricole.
r.galullo@ilsole24ore.com

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