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Questo articolo è stato pubblicato il 08 novembre 2014 alle ore 09:52.
L'ultima modifica è del 08 novembre 2014 alle ore 15:40.

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(Corbis)(Corbis)

Anche il giorno dopo, il «Lux-leaks» resta quello che è, una pericolosa bomba a orologeria che minaccia la Commissione guidata da pochi giorni da Jean-Claude Juncker.
Una vicenda che, soprattutto, potrebbe scatenare l'ennesima crisi in un'Europa che finora si è già ampiamente dimostrata incapace di risolvere quelle, troppe, che ha e si trascina dietro irrisolte da troppo tempo. Per questo ieri a Bruxelles si sono messi all'opera gli artificieri. Nel corso dell'Ecofin i ministri finanziari hanno moltiplicato i segnali mirati a trasformare un potenziale gioco al massacro di Juncker non nella sua difesa incondizionata ma in una sorta di salvataggio programmato. O almeno questo sembra.

Nessun ministro, nemmeno il presidente di turno Piercarlo Padoan, in una riunione chiamata tra l'altro a discutere di tassazione delle società europee e di come evitare in futuro evasione, frodi ed elusione, ha ritenuto di attaccare il neo-presidente della Commissione Ue. Al contrario. Il francese Pierre Moscovici, oggi responsabile a Bruxelles del Fisco oltre che delle Politiche economiche e finanziarie europee, ha annunciato prossime proposte per l'armonizzazione della normativa Ue «in pieno accordo con il presidente Juncker». E ha ricordato che della questione si discuterà settimana prossima anche al vertice del G-20 a Brisbane.

Parallelamente il tedesco Wolfgang Schauble ha annunciato investimenti per 10 miliardi a sostegno della crescita: un'implicita apertura di credito al piano Ue da 300 miliardi in tre anni proposto da Juncker in luglio e in arrivo in dicembre sul tavolo dei 28 capi di Governo dell'Unione. Fino a ieri era stato proprio Schauble il grande oppositore dell'iniziativa, nella convinzione che solo rigore e riforme siano i mattoni di una crescita sana e duratura. Naturalmente è il rallentamento dell'economia in Germania a consigliargli la correzione di rotta. Però in questo momento l'annuncio rappresenta un assist indiretto al presidente della Commissione in difficoltà.

Nemmeno il presidente dell'Europarlamento, il socialista Martin Schulz, noto castigamatti di evasione, corruzione e economie nere nell'Unione, ha del resto mobilitato l'artiglieria pesante. Tutt'altro. Allora scampato pericolo? Troppo presto per dirlo. Però sembra accertato che, in un momento di profonda crisi economica e politica dell'Europa, i suoi Governi tutto desiderino fuorché aprire un nuovo fronte tellurico. D'altra parte i regimi fiscali compiacenti per le società oggi non solo sono legali ma non sono affatto appannaggio esclusivo del Lussemburgo. Anche Irlanda e Olanda sono nel mirino della stessa inchiesta europea, che si limita ad appurare l'esistenza o meno di aiuti di Stato distorsivi della concorrenza.

Nemmeno Gran Bretagna e Belgio, Malta e Cipro risultano senza peccato. Per questo, a meno che emergano nuovi elementi al momento ignoti, la "criminalizzazione" solitaria di Juncker potrebbe rivelarsi una scelta-boomerang per molti. Meglio allora affrontare la vicenda guardando al futuro invece che al passato e al presente, puntando sull'armonizzazione della fiscalità in Europa. L'impresa finora è stata impossibile, perché ogni decisione in questo caso va presa a 28 e all'unanimità. Ma i tempi cambiano, i bilanci nazionali piangono, i capitali fuggono e i cittadini non possono oltre un certo limite sostenere con le loro tasse il peso dell'«ottimizzazione» fiscale per le imprese. Comunque finirà, la Commissione Juncker che si voleva un interlocutore forte dei Governi, l'antitesi di quella guidata da Josè Barroso, un ponte verso cittadini europei sempre più scettici e incattiviti verso le politiche Ue, rischia però di perdere la sua scommessa ancora prima di aver avuto il tempo di lanciarla.

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