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EUROPA BATTI UN COLPO

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EUROPA BATTI UN COLPO

di Vittorio Emanuele Parsi

Il previsto vertice europeo del 12 febbraio sarà dunque, doverosamente, dedicato alla lotta al terrorismo. Come ha detto il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, «la UE non può fare tutto, ma può contribuire a rafforzare la nostra sicurezza». Le stesse parole, appena qualche settimana fa, avrebbero evocato la crisi ucraina, la minaccia russa, la politica di difesa comune, e non il pericolo rappresentato dal terrorismo islamista e dai suoi centri di irradiazione... Le cose cambiano velocemente, verrebbe da osservare.

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Le minacce alla sicurezza in realtà si cumulano e non si sostituiscono le une alle altre.

Così l’agenda della politica europea conosce continui aggiustamenti, dettati dall’urgenza del pericolo ma anche dalla necessità di riuscire a fare quel che si può, avendo a disposizione risorse limitate e dovendo coniugare interessi, visioni, realtà molto diverse tra i Paesi che compongono l’Unione. Probabilmente è ancora presto per dare corpo a un'efficace difesa comune europea. Lo attestano, malinconicamente, i cosiddetti “battlegroups” europei, pensati ai tempi delle guerre nella ex Iugoslavia e poi mai impiegati in nessuna delle tante iniziative militari in cui i Paesi dell’Unione sono stati impegnati nell’ultimo quarto di secolo: strumenti inadeguati alle crisi post 11 settembre 2001, che richiedono un impiego della forza assai più massiccio di quanto sarebbe stato sufficiente negli anni ’90 nei Balcani occidentali.

Diverso è il discorso della lotta al terrorismo islamista, fronte sul quale la comune appartenenza all’Unione può dare un ben più significativo contributo. In gran parte si tratta infatti di procedere a un maggior coordinamento tra le forze di intelligence e di polizia dei Paesi membri e di costituire una buona volta quel “Comitato di analisi strategica antiterrorismo” per cui l’Italia da anni si batte. Insieme all’introduzione di misure che modificano il bilancio “privacy/sicurezza” (nei trasporti aerei ma anche nella trasparenza della rete) sono decisioni per nulla tecniche, perché implicano lo sfondamento di quel tetto di cristallo politico che ha fin qui spesso limitato una più efficace collaborazione antiterrorismo.

C’è poi la grande questione del maggiore coordinamento dei Paesi europei nei confronti delle regioni da cui si irradia il messaggio jiahdista. La Siria e l’Iraq, dove la partecipazione anche militare europea a un vero sforzo congiunto per abbattere il califfato di al Bagdadi è sempre più necessaria. Altrettanto importante è cambiare le politiche nei confronti dei Paesi della regione: sostenendo quelli che davvero lottano contro l’Isis, come l’Iran e il Libano, e prendendo le distanze da quelli che fino all'altro ieri lo hanno appoggiato e che hanno per decenni alimentato la radicalizzazione dell’islam, finanziandone la (propria) versione ultraconservatrice a scapito di quelle più modernizzanti, tolleranti, liberali, come l’Arabia Saudita. Cioè lavorando per l’egemonia di quella cultura totalitaria, intollerante e barbara all’interno del plurale mondo musulmano alla quale si sono abbeverati anche gli assassini di Parigi.

Nei confronti del Libano in particolare è quanto mai urgente che i governi europei e l’Unione stessa si attivino per rimuovere quell’assurdo veto americano alla fornitura di attrezzature militari alle Forze armate libanesi (che da oltre un anno combattono per impedire che il contagio jahdista tracimi dalla vicina Siria) legato al presunto pericolo che questo rappresenterebbe per Israele. L’Italia, la Francia e la Spagna già collaborano alla sicurezza del Paese dei cedri attraverso la sorveglianza del suo confine meridionale, nell’ambito della missione Unifil, varata dopo la fine dell’invasione israeliana del 2006. Si tratta oggi di prestare un più deciso sostegno politico e addestrativo al fragile Stato libanese e al suo esercito, smettendo di leggere ogni cosa riguardi il Levante esclusivamente attraverso il prisma della pur cruciale questione arabo-israeliana. Un Libano più forte non rappresenterebbe affatto una minaccia per lo Stato ebraico, mentre consentirebbe di evitare il dilagare della minaccia posta da Jabat al Nusra o dall’Isis.

Ma occorre anche saper dire dei difficili e delicati “no”. Proprio in queste ore, Netanyauh ha offerto la collaborazione israeliana per combattere contro il terrorismo. Non è questa la collaborazione di cui abbiamo bisogno, non è il mettere nello stesso calderone del terrorismo islamista gli Hezbollah libanesi o Hamas insieme all’Isis ciò che ci serve. L’aiuto di cui abbiamo bisogno per sconfiggere l’Isis è quello del deuxièmme bureau libanese, e dell’intelligence della Tunisia, dell’Egitto, del Marocco, che sarebbe semplicemente impossibile se, ancora una volta, lasciassimo ad altri di inserire i propri avversari tra i nostri nemici.

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