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L’Occidente e l’Islam dopo Charlie Hebdo, tutti i nodi vengono…

come si è arrivati alla strage di parigi

L’Occidente e l’Islam dopo Charlie Hebdo, tutti i nodi vengono al pettine

Quella di Parigi è una storia sbagliata, una storia di periferia con tre giovani che hanno ucciso e si sono fatti uccidere con un biglietto di andata e ritorno dalle banlieue ai campi di addestramento mediorientali della Jihad. Sui loro cadaveri oggi si disputano le rivendicazioni del massacro. Al Qaeda e lo Stato islamico appaiono come litigiosi azionisti di una multinazionale del terrore: sembra volerla spuntare Ayaman al Zawahiri, il successore di Osama bin Laden, concorrente e rivale del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ma la trama della vicenda c'è già e forse anche il finale, che potrà essere sorprendente ma forse non più di tanto.

Storia di un’ipocrisia dell’Occidente e dei suoi alleati musulmani
Questa è la storia di un'ipocrisia francese e occidentale con la complicità degli stessi alleati musulmani che ora fanno finta di risentirsi per quanto accaduto e imputano all'islamofobia europea di essere la responsabile degli attacchi, come fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sostenitore al pari di Hollande e di Sarkozy, di Obama e di Cameron, della guerra in Siria, dei bombardamenti in Libia, di un gioco pericoloso sfuggito di mano, esattamente come sfuggì di mano negli anni '80 l'Afghanistan dei mujaheddin, lanciati a combattere l'Impero Rosso e poi diventati talebani e qaedisti. Ma qualcuno si ricorda ancora della passeggiata a Bengasi e Tripoli di Sarkozy, Cameron ed Erdogan, per raccogliere gli applausi di un trionfo effimero, salvo poi voltare le spalle al disastro che avevano combinato?

Quando il governo turco richiamò i jihadisti da inviare in Siria
Proprio Erdogan fece arrivare in Turchia migliaia di combattenti libici da inviare in Siria, accompagnati da tunisini, algerini, marocchini, ex reduci afghani, ceceni e yemeniti: l'internazionale dei jihadisti doveva servire ad annientare il regime alauita di Damasco.
Sarebbero bastati pochi mesi, raccontavano, per far fuori l'allampanato figlio di Hafez, alleato da 40 anni di Mosca e Teheran: ma le storie sbagliate, come si vede, nascono anche da calcoli sbagliati.

Perchè c'è una jihad “buona”, che serve i nostri interessi, e una “cattiva” che fa di testa sua e obbedisce soltanto in parte ai suoi sponsor arabi, il cui obiettivo è tenere lontano gli islamisti da casa loro e mantenere in piedi monarchie assolute, anti-democratiche, gestite in genere da una sola famiglia ed élite ristrette che si fanno scudo dell'Islam con l'applicazione rigida delle leggi coraniche, punendo sistematicamente ogni parvenza di opposizione e di libera espressione del pensiero.

La jihad buona, i finanziamenti puliti ad Al Qaeda
Questa jihad “buona” ha imbastito una guerra per procura in Siria - nata dai devastanti errori del regime di Assad - con l'illusione di manovrare gruppi come Jabat al Nusra, il Fronte islamico, sponsorizzati da Al Qaeda, dal Qatar, dai sauditi, dai turchi. Qualche esempio. In settembre Jabat al Nusra sequestra sul Golan siriano, ai confini con Israele, una quarantina di caschi blu delle Fiji: nessuno ci fa caso ma il Qatar paga 40 milioni di dollari di riscatto, per liberarli. Un bel modo, veloce e pulito, per finanziare Al Qaeda alla luce del sole e con qualche ringraziamento dell'Onu.

A Mosul il Califfato prende come ostaggi 50 turchi del consolato di Ankara, console compreso, che telefonicamente si tiene in contatto con il suo governo: la trattativa è lunga ma alla fine si scambiano i prigionieri turchi con 80 jihadisti che dalla Turchia passano a combattere nelle file dell'Isil.

Per la Turchia il Califfato è sempre meglio dei curdi
Per la Turchia il Califfato è sempre meglio dei curdi di Kobane che da mesi sono sotto assedio. Eppure mentre l'autostrada della Jihad funziona, aiutare i curdi sembra una bestemmia: perché sono laici, irredentisti e non arabi. L'unico curdo buono per la Turchia è Massud Barzani che garantisce qualche affare con il petrolio di Kirkuk. In realtà l'Occidente e gli Stati Uniti appoggiano iniziative di stati di stampo medioevale il cui vero titolo di merito è acquistare i nostri debiti sui mercati dei bond internazionali.

I calcoli sbagliati e la guerra sbagliata contro l’Iraq
Questa è anche la storia di una guerra sbagliata, quella in Iraq nel 2003, lanciata contro Saddam sulla base di una clamorosa menzogna (che il regime baathista possedesse armi di distruzione di massa) con il risultato che da 12 anni la Mesopotamia è un campo di battaglia, una sorta di lager dove vengono confinati come ostaggi milioni di arabi, vittime di una violenza inaudita e di una propaganda criminale che sta allevando giovani generazioni perdute, private di un futuro e di qualunque speranza. Qual è l'obiettivo di questo disastro geopolitico e umanitario? Costituire, nel crollo delle frontiere degli stati mediorientali, uno stato sunnita a cavallo di Siria e Iraq, con la speranza di far fuori, prima o poi, il Califfato e creare uno stato cuscinetto tra la maggioranza sciita in Iraq, l'Iran e gli Hezbollah libanesi.

Il Medio Oriente non c'è più
Non è un caso che da qualche tempo circoli una mappa della Cia per dividere in tre zone la Siria, di cui quella a Nord non prevede, così come vuole la Turchia, uno stato curdo, come pure non è previsto uno stato palestinese. Non deve esserci un irredentismo nazionale nel mondo arabo e musulmano, e in genere in Medio Oriente, perché rischia di sviluppare sentimenti di appartenenza forti sul piano territoriale che contrastano con l'idea di sfruttarne le risorse e di spostare intere popolazioni.

In Medio Oriente, tra profughi nuovi e antichi - palestinesi, iracheni, siriani, curdi - ci sono oltre 20 milioni di rifugiati: come immaginare un loro ritorno? Impossibile, perché la loro casa, la loro nazione, la loro stessa società, non ci sono più e niente sarà mai come prima.

La mancata difesa dei cristiani e le lacrime di coccodrillo dell’Occidente
L'Occidente, versando lacrime di coccodrillo, ha sacrificato anche la presenza dei cristiani. Ha cominciato a farlo con la guerra in Iraq: da 2 milioni i cristiani scesero già allora a poco più di 300mila e ora sono quasi spariti. Lo stesso è avvenuto in Siria dove la presenza cristiana è stata salvata dall'intervento militare degli Hezbollah libanesi alleati di Assad. Ma di questo si parla assai poco e malvolentieri.

L’obiettivo di dividere il mondo musulmano
L'altro scopo è proprio quello di frammentare e dividere il mondo arabo e musulmano per evitare come in passato che si costituiscano potenze con ambizioni egemoni, come l'Iraq, o alternative, come la Siria. Ma anche questo potrebbe rivelarsi un calcolo sbagliato perché come abbiamo visto le organizzazioni radicali non hanno nessuna intenzione di farsi soltanto strumentalizzare ma acquisiscono, come il Califfato, risorse economiche proprie.
L'Occidente si è prestato, oliato dai soldi delle petromonarchie, a entrare in un conflitto interno all'Islam tra sciiti e sunniti, di cui gode i benefici ma anche i rischi.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi, come ci dicevano nella nostra lontana infanzia.
E adesso esplodono le contraddizioni. Perché i soldi delle monarchie del Golfo e delle organizzazioni islamiche versati per finanziare i gruppi radicali in Siria e in Iraq e tenere buono l'Occidente con commesse di armi, partnership commerciali, investimenti e sconti sul petrolio, non bastano più a giustificare i morti nelle strade. Adesso la gente in Europa marcia per difendere i princìpi sacrosanti dello stato laico e della libertà di espressione ma l'opinione pubblica sta cominciando anche a sospettare che questa è davvero una storia sbagliata.

Le accuse reciproche fra Turchia e Francia
La Turchia accusa la Francia di non averla informata dei viaggi dei jihadisti: ma questi due governi sanno di essere complici della stessa vicenda che li ha visti entrambi prendere soldi dalle monarchie del Golfo, sotto forma di finanziamenti e di investimenti plurimiliardari e approfittare delle primavere arabe per conquistare posizioni e influenza in Siria e in Libia.
La realtà è che gli stati musulmani sono contenti di esportare un po' di violenza e terrorismo perché ne hanno già abbastanza a casa loro e magari forse così capiamo il loro problema: secondo l'Indice globale del terrorismo nel 2013 ci sono stati 9.700 attacchi con 18mila morti, 32.550 feriti, 3mila persone rapite. Il 65% delle vittime e l'80% degli attacchi sono avvenuti in Iraq, Afghanistan, Pakistan Siria, Nigeria, Yemen, Somalia.

La Siria e l'Iraq confinano con la Turchia, Paese della Nato dove passano da anni i “foreign fighters”: i servizi occidentali dell'intelligence forse non lo sapevano? Dozzine di reportage di giornali e tv, da una parte e dall'altra del confine, lo hanno documentato.

La verità è che Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti hanno legittimato il finanziamento dei gruppi jihadisti da parte di arabi e turchi per combattere una guerra per procura in Siria dove il principale bersaglio oltre a Bashar Assad, sono soprattutto i suoi alleati, l'Iran e la Russia.

La storia comune di vittime e carnefici
Questa è una storia sbagliata soprattutto per i francesi che pensavano di controllare i problemi di integrazione nelle banlieue, periferie di uno stato super centralizzato ma ormai inefficiente per mancanza di risorse e con l'illusione di potere controllare tutto e tutti.

I fratelli Kouachi, Coulibaly e la redazione di Charlie Hebdo, hanno molto più in comune di quanto non sembri, a partire dalla cittadinanza che in Francia ha un grande significato, per i suoi effetti economici, sociali, perché è intrisa di storia ma anche di retorica repubblicana. Sono più vicini tra loro di quanto non si creda e condividono una storia molto francese, molto franco-algerina.

Ma è una storia anche nostra e che facciamo finta di non voler vedere: come la mettiamo con la spartizione del bottino nella società capitalista oggi? Ognuno vuole la sua fetta e la torta sta sparendo, restano le briciole. Ci attacchiamo a dei principi perché sappiamo che non è rimasto molto altro da condividere.

Questa è proprio una storia di periferia, da una botta e via come avrebbe cantato De André.
Dalla periferia, dove le tv francesi sono andati persino a intervistarli dieci anni fa, i fratelli Kouachi hanno capito che non ne sarebbero usciti con la Bmw, il rap e le ragazze al seguito, e si sono creati il loro mondo, servito espresso con un Corano in versione Bignami e slogan da stadio.

L'Islam delle periferie
Ogni epoca ha la sua droga e l'Islam delle periferie ne serve una che ha sempre circolato come l'oppio dei popoli. Farid Benyettou, l'ex emiro della filiera della Buttes-Chaumont che ha indottrinato i fratelli killer Kouachi, oggi fa l'infermiere al pronto soccorso dell'ospedale parigino della Pitié-Salpêtrière, lo stesso in cui è stata ricoverata parte dei feriti della strage. «È stato Farid a dirmi che i testi (sacri) hanno dato prova dei benefici degli attacchi suicidi», sosteneva negli interrogatori alla polizia Chérif Kouachi.
Adesso Farid tira indietro la mano e la lingua. Ammette: «Ho incontrato i fratelli Kouachi due mesi fa ma ho tentato di dissuaderli dal commettere atti violenti». Ma quanti Farid abbiamo incontrato per le strade del modo?

Le acute matite di Charlie cadute nella trappola
È proprio una storia sbagliata per la diplomazia francese e internazionale che ha accettato per quattro anni dagli alleati turchi e arabi, pur di abbattere Bashar Assad in Siria, che si potesse utilizzare anche la manodopera europea di origine musulmana. Le acute matite di Charlie Hebdo sono cadute nella trappola: hanno combattuto la battaglia del laicismo, della libertà di stampa e di satira per conto di una Repubblica complice dei loro assassini, con biglietti low cost in tasca per la Jihad e armi micidiali in pugno. È così che vanno le storie di periferia.

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