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Padoan: «Serve un Qe senza vincoli, l’Italia centrerà…

intervista

Padoan: «Serve un Qe senza vincoli, l’Italia centrerà gli obiettivi Ue»

Ministro Padoan, la Banca d’ Italia ha ridotto oggi(ieri, ndr) le stime di crescita per il 2015. Siamo destinati a un altro anno a segno zero?

Sono convinto che le misure assunte dal Governo nel corso del 2014 e poi con la legge di stabilità, porteranno il Paese in una fase nuova e, insieme alle riforme strutturali in corso, daranno nuovo slancio all’economia. Tanto più dopo le nuove linee guida della Commissione europea che aprono alla flessibilità.

Un’apertura tutta da interpretare per la verità. Sembra presto per parlare di svolta.
Le linee guida dell’Europa dicono che lo sforzo di risanamento si può attenuare se il ciclo è sfavorevole e se si fanno le riforme strutturali. In più gli investimenti adottati per cofinanziare i fondi europei e quelli effettuati tramite il piano Juncker vengono scomputati dal calcolo del deficit. Per l’Italia è un fatto positivo.

Capisco la soddisfazione, ma in termini numerici che vantaggi ci dà?
Questo è un calcolo che ho chiesto ai miei uffici ma non siamo ancora nelle condizioni di dirlo con certezza. Preferisco parlare con i dati in mano. Comunque l’Europa riconosce e incentiva la nostra strategia fatta di riforme e di investimenti.

La Commissione europea, nella discussione sulla legge di stabilità, ci aveva chiesto una correzione dello 0,5%, almeno due decimi di punto in più di quella che abbiamo fatto. Sulla questione si tornerà a marzo, siamo ancora a rischio di dover adottare un’ulteriore correzione?
Con la Commissione è in corso una discussione sull’entità dell’impatto che gli interventi da noi programmati possano avere su deficit e crescita. Noi siamo convinti che quegli interventi, insieme con il ricalcolo dell’output gap, cioè della distanza tra crescita potenziale ed effettiva, siano più che sufficienti per centrare gli obiettivi che l’Europa ci pone.

I nuovi criteri ci aiuteranno a evitare problemi?
Non è chiaro se i nuovi criteri siano applicabili da subito. Però noi crediamo che anche al netto di questi criteri le misure che stiamo implementando bastino a centrare gli obiettivi.

Insisto: in termini di investimenti quanti miliardi in più potremo spendere in base alle nuove regole europee?
È davvero una cifra che non sono in grado di stimare adesso. Molto dipenderà dalla qualità dei progetti che sapremo valorizzare nel piano Juncker. Ne abbiamo parlato proprio l’altro giorno nell’incontro con Katainen.

Il piano Juncker resta un’entità misteriosa: in che proporzione saremo chiamati a contribuire e secondo quali criteri saranno ripartiti gli investimenti?
I dettagli sono in fase di discussione. Ma si possono cominciare a dire alcune cose. L’entità dei conferimenti è lasciata alla discrezionalità dei singoli paesi. Nessuno è obbligato a entrare e non ci sono quote predeterminate. Chi più contribuisce, evidentemente, ha un ruolo di maggiore rilievo nella governance del fondo.

Ma dove si investirà? E con che criteri?
Questo è il punto. Innanzitutto si è detto che si investirà in infrastrutture, materiali e immateriali, in ricerca e innovazione, nella sanità, nel sostegno delle Pmi. Noi poi abbiamo chiesto che si investa prioritariamente nelle zone particolarmente colpite dalla crisi, laddove gli investimenti sono caduti di più.

Ci sarà un criterio di proporzionalità sull abase della contribuzione di ogni singolo Paese?
No, questo no. I finanziamenti verranno aggiudicati in base ai criteri che dicevo e in base alla qualità dei progetti. Perciò dico che sarà decisivo che l’Italia presenti e sostenga buoni progetti.

Intanto la mossa a sorpresa con cui la Banca nazionale svizzera ha sganciato il franco dal cambio fisso con l’euro ha portato un terremoto sulle borse. C’è una lezione che se ne può trarre in relazione all’euro?
La lezione da trarre è che rapporti di cambio fuori equilibrio non sono sostenibili indefinitamente e che vanno corretti.

La svalutazione dell’euro, oggi a 1.15 sul dollaro, è destinata a durare? E può essere un’opportunità per l’Italia?
Un rapporto euro/dollaro più favorevole alla valuta americana rispecchierebbe meglio gli andamenti di fondo delle due aree, una posizione più equilibrata, con un vantaggio per la crescita della zona euro e per il nostro paese.

L’Italia è ancora tra i Paesi a rischio dell’eurozona sui mercati. Se la Grecia dopo il voto chiederà una nuova ristrutturazione del debito, o addirittura l’uscita dall’euro, rischiamo contraccolpi gravi?
La situazione oggi non è quella del 2011, l’Ue ha fatto progressi sul piano dell’integrazione e della unione bancaria e tutti i paesi si sono rafforzati. Sono fiducioso che la leadership greca sappia continuare nel percorso europeista intrapreso molti anni fa, anche per non vanificare i sacrifici già fatti.

Nella prossima settimana è atteso il Quantitative easing da parte della Bce. Il governatore Visco ha evidenziato il pericolo di una frammentazione dell’operazione con le garanzie attribuite dalle banche centrali nazionali. Vede anche lei questo rischio?
Non entro nel merito di valutazioni che vanno prese nell’ambito dell’eurosistema delle banche centrali. Il Qe è un contributo essenziale contro la deflazione, non va assolutamente diluito.

L’Italia può essere penalizzata da criteri discriminatori?
Siamo davanti a un esperimento nuovo. È la prima volta che un Quantitative easing viene attuato in un sistema fatto ancora da paesi diversi. Spero che le frammentazioni nazionali non influiscano. Conta invertire le aspettative e per farlo serve un intervento deciso e senza vincoli.

Martedì presenterete un decreto proprio per favorire gli investimenti. Si parla di un nuovo Fondo o società di natura pubblico-privata che intervenga in campo industriale. Non si rischia un nuovo carrozzone pubblico?
Stiamo considerando l’ipotesi di un soggetto che possa intervenire in realtà industriali che sono in crisi ma che hanno tutte le possibilità di ripartire. Ma vogliamo assolutamente evitare che diventi una nuova Iri. Perciò dobbiamo capire come costruire il rapporto tra pubblico e privati nell’ambito di questo soggetto.

Parteciperà ancora una volta la Cassa depositi e prestiti?
Lo stiamo studiando. Dobbiamo evitare ogni problema con l’Europa, sia in relazione agli aiuti di Stato sia in relazione alla natura della Cdp.

Il nuovo Fondo riguarderà anche l’Ilva?
Proprio oggi ho visto il ministro Guidi. Credo però che difficilmente il nuovo veicolo arriverebbe in tempo per l’Ilva, saranno con ogni probabilità percorsi diversi.

Nel decreto ci sarà anche la riforma della governance delle popolari, con il superamento del voto capitario?
Il nostro obiettivo è favorire una razionalizzazione del sistema bancario in modo che gli utenti possano avere servizi più efficienti, costi inferiori, più credito. Stiamo riflettendo sulle modalità.

E l’attesa garanzia statale sugli Abs mezzanine per supportare gli acquisti della Bce e far affluire quelle risorse alle Pmi?
Qui c’è un problema di risorse. Il Fondo centrale di garanzia ha obiettivi simili e le risorse non sono infinite. Stiamo ragionando sul reperimento delle risorse. Vogliamo comunque favorire le Pmi in tutti i modi, a cominciare da quelle che innovano. Lo faremo creando una specifica categoria con vantaggi dedicati a chi investe in ricerca e sviluppo ed estendendo gli incentivi oggi previsti per le start-up da 4 a 5 anni. L’obiettivo del provvedimento comunque sarà anche quello di mettere al sicuro gli investitori dal rischio regolatorio. Chi investe deve avere la certezza che il trattamento fiscale o le regole connesse alla propria attività non cambino di continuo.

È il principio che ispira lo statuto del contribuente, tra le regole meno rispettate nella storia dell’ordinamento…
L’obiettivo è rafforzare ed estendere quel principio.

Sul decreto fiscale il governo è scivolato sulla norma del 3% come franchigia per gli evasori. Dopo il ritiro, il rinvio al 20 febbraio. Perché aspettare?
Questo tempo è necessario per una complessiva messa a punto del decreto e per attuare nel suo complesso la delega.

Ma quella franchigia del 3% sarà riproposta?
Io credo che sia giusto evitare che errori materiali che portano a sotto-dichiarare siano interpretati come reato e quindi comportino pene eccessive. Questo è un forte deterrente agli investimenti, soprattutto stranieri. Come si risolve il problema? Bisogna ragionare su un sistema di percentuali e di margini, dall’intreccio di questi due parametri può uscire un sistema equo.

Tra una frode e un errore materiale, però, c’è una bella differenza. La norma nella sua versione definitiva continuerà a riguardare anche le frodi?
La commissione Gallo ha esaminato questo aspetto nei giorni scorsi. Sono in attesa che mi siano trasmesse considerazioni e suggerimenti.

La riunione risale a dieci giorni fa.
Sto aspettando queste considerazioni. Quando le riceverò farò le mie valutazioni.

Ma qual è la sua versione sulla famosa manina che ha introdotto la norma del 3%?
Ne ha già parlato il presidente del Consiglio. Nella norma iniziale predisposta dal ministero dell’Economia c’era già un sistema di soglie e percentuali. Poi a Palazzo Chigi si sono introdotte modifiche e integrazioni, tra cui - lo si trascura nel dibattito - il rafforzamento delle sanzioni. È il metodo di lavoro abituale di questo governo: l’interazione tra ministeri e presidenza e quindi il Consiglio.

L’accordo con la Svizzera sulla trasparenza bancaria apre la strada alla voluntary disclosure. Quanto vi aspettate di incassare?
Non faccio previsioni. Per me vale simbolicamente un euro.

Intanto però ne avete già utilizzati 671 milioni per coprire il mancato aumento dell’accise sulla benzina…
Allora diciamo che per me vale 671 milioni. Quello che conta è che con la Svizzera si cambia pagina. Comincia l’epoca della trasparenza.

Perché il rimborso dei debiti della Pa sta frenando?
Il problema è legato ai crediti per la spesa in conto capitale, dove dobbiamo tener conto dell’impatto sul deficit. Eppoi con alcune ragioni continuano ad esserci problemi. Si stanno comunque sbloccando nuove tranche.

Nei prossimi mesi se ne occuperà ancora lei? Si dice che sia tra i favoriti nella corsa al Colle.
Me ne occuperò sempre, quando non sarò più ministro me ne occuperò da professore dell’Università di Roma.

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