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Così la manifattura resta decisiva per tornare a crescere

L'INCHIESTA

Così la manifattura resta decisiva per tornare a crescere

Il sistema manifatturiero, nonostante la violenza della crisi, conserva tutta la sua centralità strategica. Il Pil stimato dall'Istat a +0,1% nel primo trimestre e l'indice di fiducia dei consumatori registrato a febbraio ai massimi dal giugno del 2002 assomigliano a primi – rinfrescanti - aliti di vento nell'arsura di una recessione durissima. Ma il calabrone italiano – per usare l'immagine di Giacomo Becattini che dagli anni Settanta ha meglio sintetizzato la felice anomalia del nostro Paese – si appresta (o no) a tornare a volare?

E , soprattutto, questi primi refoli di aria fresca sono esclusivamente provocati da gigantesche ventole esterne – il quantitative easing della Bce, la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro e il crollo del greggio – oppure (almeno in parte) il capitalismo produttivo italiano ha ricominciato a battere le ali nella sua forza autorigeneratrice e nella sua propensione metamorfica di lungo periodo, esprimendo le energie per un equilibrio e un assestamento in grado di sostenerne di nuovo il volo?
Di certo, l'economia reale è fondamentale. Non c'è soltanto la quota di Pil riferibile all'industria, che nel 2014 – secondo i dati di contabilità nazionale - è fissata al 15,5% per la manifattura in senso stretto: aggiungendo il settore energetico si sale al 18,5%; con le costruzioni si arriva al 23,4 per cento.

Secondo l'ufficio studi di Intesa Sanpaolo, su 475 miliardi di euro di esportazioni di beni e servizi i prodotti manifatturieri incidono per il 78,5 per cento. Il dato è del 2013, ma il peso relativo resta quello. Sempre stando agli economisti di Cà de Sass, le spese in Ricerca e Sviluppo contabilizzate sui bilanci dalle imprese italiane – di qualunque comparto – sono ammontate, nel 2013, a 11,107 miliardi di euro: il 73% è appannaggio di aziende del manifatturiero. Quest'ultimo mostra anche una crescente capacità di integrazione con i servizi: secondo il quinto numero di Scenari industriali del Centro Studi di Confindustria, i servizi acquistati dalla manifattura incidono in media per più del 15% sul totale del valore della produzione industriale, con picchi superiori al 20% in alcuni comparti.

«Le stesse imprese manifatturiere – si ricorda in Scenari Industriali – offrono sempre più spesso servizi accessori alla vendita dei loro prodotti». Si tratta di un effetto moltiplicatore che assumerà un peso sempre maggiore, dato che appunto un numero sempre più elevato di imprese italiane appaia al lavoro «di fabbrica e di laboratorio» una intensa opera di servizio al cliente che rappresenta una quota rilevante del valore aggiunto riconosciuto sui mercati internazionali. Alcune stime indicano, per questi servizi, un ulteriore peso del 6% del valore totale della produzione. Ma, secondo diversi osservatori, queste stime sono assai conservative.

Peraltro, la centralità della manifattura è dimostrata anche dall'ultimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell'Istat, che ricorda come – in Italia – un aumento di 100 euro della domanda manifatturiera attivi una produzione di servizi del valore di 27,3 euro. La capacità tutta industriale di alimentare i servizi è una peculiarità non solo italiana, ma anche tedesca: in Germania i 100 euro “industriali” hanno una ricaduta sui servizi pari a 29,3 euro. In Francia si scende di poco: a 25 euro. Questo felice connubio fra fabbrica e servizi rappresenta davvero un elemento comune del paesaggio industriale europeo.

Dunque, l'essenzialità dell'industria è indubbia. In generale per l'Europa, che ha un suo asse portante nella sua identità manifatturiera. In particolare, per la fisiologia economica più profonda del nostro Paese. E per la sua natura – produttiva e culturale, sociale e tecnologica - di architrave del tutto. Certo, la crisi ha provocato lesioni gravi al nostro apparato produttivo. Un apparato produttivo che, fin dall'introduzione dell'euro, ha sperimentato un rimpicciolimento che rappresenta lo sfondo strutturale su cui si staglia il basso utilizzo attuale degli impianti (posta a 77 la media fra 2000 e 2007, nei calcoli Csc su dati Istat, ora è a 68).

«Basti pensare – dice Sergio De Nardis, capoeconomista di Nomisma – che, nel 2000, la produzione potenziale procapite, valutata a prezzi 2010, era di oltre 22 milioni di euro per mille abitanti, contro i 19 milioni della Germania. Eravamo noi più solidi e forti di loro. Da allora, anche a causa del vuoto d'aria di questa recessione, siamo scesi a 18 milioni. Un quinto in meno». I tedeschi, invece, anche grazie a riforme sociali cruente e a politiche industriali sistematiche hanno superato i 24 milioni di euro per mille abitanti. «La loro produzione industriale potenziale, nonostante un breve passaggio a vuoto con la recessione, è cresciuta di un terzo», constata il capoeconomista di Nomisma.

Il problema delle policy, per un sistema industriale che nelle sue varie componenti ha spesso espresso ragioni diverse e bisogni non uniformi e che storicamente ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare dalle élite politiche, è in questo caso quello dell'unitarietà e della coerenza interna. Che non sempre c'è. Si va dalle tentazioni neo-iriste dell'Ilva agli empiti anti sovvenzioni del taglia-bollette, dalla liberalizzazione del mercato del lavoro agli atteggiamenti contraddittori verso le corporazioni e gli ordini professionali. E, poi, in un Paese drammaticamente inchiodato dai suoi conti pubblici, non si può trascurare il tema di denaro. Sulle misure puntuali (dal credito di imposta per gli investimenti strumentali alla Nuova Sabatini, dal credito di imposta R&I alla detrazione per l'efficienza energetica) - come ha sintetizzato la congiuntura flash di febbraio del Centro Studi Confindustria – ci sono «tante misure ma pochi soldi per gli investimenti».

Nella scoscesa salita che dalle fabbriche italiane porta ai mercati globali – ancora assolutamente strategici, nonostante l'Istat abbia sancito la fine della caduta rovinosa del mercato interno – c'è di tutto. Da una pressione fiscale “ufficiale” che dal 41,6% del 2011 è cresciuta al 43,5% del 2014 a una inefficienza sistemica che fa sì che la quota dei costi dei servizi di trasporto e di logistica nei consumi intermedi della nostra industria sia – stando ai calcoli dell'Istat – il 56% maggiore rispetto a quelli sostenuti dai concorrenti tedeschi. Dal rischio incipiente di deflazione («per fortuna – osserva il capoeconomista del Cer, Stefano Fantacone – il nostro indice di vulnerabilità alla deflazione, pur continuando a esprimere un rischio elevato, nell'ultimo trimestre del 2014 è sceso per la prima volta da tre anni a questa parte») fino alla rimodellazione del profilo tecnologico provocato dalla crisi.

Il rapporto Met, che verrà presentato il 17 marzo a Roma, evidenzia la fragilità del modello di innovazione tecnologica informale e la resilienza di quello basato sulla R&S: un elemento di grande interesse, anche per le ricadute di politica economica e industriale. Nel percorso accidentato che separa la produzione nella fabbrica e l'approdo delle nostre merci alle global value chains, all'inizio si trova un Clup – il costo del lavoro diviso per produttività oraria – che da quota 100 punti nel 2000 è schizzato a 140. Con una asimmetria da fare tremare i polsi rispetto a Francia e Germania, stabilmente collocate fra i 95 e i 100 punti.

Alla fine del percorso, invece, è situata la capacità tutta italiana di farsi riconoscere – dai clienti finali – la qualità dei propri prodotti: fissato a 100 nel 2000 il rapporto fra valori medi unitari e prezzi alla produzione dei beni venduti all'estero, l'industria italiana è ora – nella stima del Csc – a 125 punti, contro i 110 tedeschi e i 105 francesi. In questi due elementi – il Clup e il valore ottenuto sui mercati – è insita tutta la contraddizione del calabrone che – per le leggi della fisica - mai avrebbe dovuto volare e che, invece, lo ha fatto. Una contraddizione che resta la ragione del suo fascino. L'economia italiana, dopo questi primi timidi battiti di ali, tornerà a farlo?

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