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L’ottimismo della ripresa, il pessimismo dei conti

LO SPREAD E IL «DEF»

L’ottimismo della ripresa, il pessimismo dei conti

Tagli alla spesa degli enti territoriali per 5,2 miliardi già iscritti in bilancio per il 2015, ma ancora in parte da realizzare, come mostra il caso dei Comuni e delle Province che entro domani dovrebbero presentare i relativi piani di risparmio. Nuovi tagli alla spesa corrente per 10-12 miliardi in arrivo per disinnescare le varie «clausole di salvaguardia», che altrimenti scatterebbero dal gennaio 2016 sotto forma di aumento dell’Iva (che entro il 2017 potrebbe salire dal 10 al 13% e dal 22 al 25,5% entro il 2018) e delle accise su benzina e gasolio (10 centesimi), per un importo che da solo vale una manovra economica: 17 miliardi il prossimo anno, 22 miliardi nel 2017.
Con l’imminente approvazione da parte del Consiglio dei ministri del nuovo quadro programmatico per il triennio 2015-2017, in poche parole del Documento di economia e finanza, del Programma nazionale di riforma e dell’aggiornamento del Programma di Stabilità, si aprirà a tutti gli effetti la fase delle decisioni di politica economica, in preparazione della legge di stabilità del prossimo ottobre. I documenti sono attesi da Bruxelles entro il 10 aprile e saranno approvati - assicura il ministero dell’Economia - prima della scadenza, con ogni probabilità subito dopo Pasqua. È la procedura prevista dal cosiddetto «semestre europeo», primo embrione di coordinamento ex ante delle politiche economiche , in attesa che si riesca finalmente a marciare spediti verso una vera e più incisiva unione politica. Passaggio di notevole importanza quest’anno, perché si colloca all’interno di una «finestra di opportunità macroeconomica» pressoché irripetibile.

Il simultaneo combinarsi di variabili esogene tutte per una volta positive, dal «Quantitative easing» da 60 miliardi al mese della Bce al calo del tassi e dello spread, dal deprezzamento dell’euro al calo del costo del petrolio, per chiudere con la nuova flessibilità di bilancio messa in campo dalla Commissione europea, costituisce un’occasione unica per approvare e realizzare tutte le riforme strutturali sul tappeto. È una partita decisiva, per agganciare finalmente la ripresa e conseguire tassi di crescita tra l’1 e il 2% quest’anno e il prossimo. Ma non sarà una passeggiata, perché i vincoli di bilancio e le mine da disinnescare impongono di impostare una politica di bilancio che di fatto si basi pressoché esclusivamente su tagli selettivi alla spesa. Operazione complessa, che richiede una notevole coesione politica e un solido sostegno parlamentare, se si considera che a regime il totale dei risparmi dovrebbe attestarsi a circa 32 miliardi.

Dove recuperare una così imponente mole di risorse? Si può certo attingere al dossier messo a punto dall’ex commissario alla «spending review» Carlo Cottarelli, e cominciare dal taglio alle circa 8mila società partecipate degli enti locali, che ora ritroviamo nell’emendamento al ddl Madia sulla riforma della Pa, predisposto dal relatore Giorgio Pagliari e approvato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato. Si potrà rispolverare dai cassetti del ministero dell’Economia anche il progetto di riordino delle 720 agevolazioni fiscali (le «tax expenditures»), che erodono gettito per 250 miliardi l’anno. Tagli anch’essi difficili da far digerire in sede politica, e non a caso finora puntualmente rinviati. È l’ulteriore conferma che aggredire sistematicamente una spesa che al netto degli interessi ammonta a circa 750 miliardi è prima di tutto un’operazione politica a tutto tondo. Difficile in tale contesto ipotizzare fin d’ora se nel menu della prossima legge di stabilità comparirà anche il dossier sulle pensioni, come lascerebbe intendere questa dichiarazione del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti? «È un po’ di tempo che abbiamo detto che va fatta una riflessione sul tema delle pensioni. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri ci sta lavorando e noi insieme a lui. È un tema all’ordine del giorno, siamo disponibilissimi ad affrontarlo».

La via maestra per ridurre stabilmente il prelievo fiscale è agire sul fronte della spesa corrente primaria, che nel 2014-2017 (lo ha rilevato la Corte dei Conti) è indicata in aumento per l’1,2% medio annuo nel totale delle amministrazioni pubbliche e nell’1,9% per le amministrazioni centrali. Ma quando i risparmi da lineari diventano chirurgici la partita si complica. Ecco che torna allora in campo la scommessa delle riforme strutturali. Nel medio periodo l’effetto di incremento del Pil potenziale, oltre a compensare l’impatto tendenzialmente recessivo dei tagli (soprattutto se non mirati e selettivi)garantirebbe una discesa ordinata e senza traumi del debito pubblico. Il sentiero è stretto, ma ora quanto meno ci sono le condizioni per giocarsi al meglio la partita.