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La bonifica di Porto Marghera rischia di fallire per il 6% di opere mancanti

Relazione della Commissione d'inchiesta

La bonifica di Porto Marghera rischia di fallire per il 6% di opere mancanti

La bonifica di Porto Marghera (Venezia), per la quale sono stati spesi finora circa 781 milioni, corre il rischio di essere vanificata se i lavori non saranno completati. Peccato che non si vedano i 256 milioni necessari per farlo e, dunque, come conclude la Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella relazione presentata oggi a Roma, «il mancato completamento di tali opere sta provocando il progressivo indebolimento anche dei tratti terminali delle strutture già realizzate e sta mettendo in serio dubbio la bontà complessiva degli interventi finora realizzati, che sono stati eseguiti non a regola d'arte. Ciò significa che, se non verranno reperiti nuovi fondi per completare sia i marginamenti delle macroisole, sia il sistema di depurazione delle acque di falda, rischiano di essere dispersi tutti gli oneri sinora sostenuti dallo Stato, con i fondi di varia provenienza».

Reindustrializzazione a rischio
A scorrere la relazione c'è da rabbrividire. Quel 6% di opere che manca – circa 3,5 km di marginamenti e di rifacimento delle sponde – rischia di vanificare tutto, con ulteriori conseguenze paradossali.
La riqualificazione industriale che riguarda 2.000 ettari di insediamenti produttivi, commerciali e terziari, canali navigabili e bacini, porto commerciale e infrastrutture, che fanno di Porto Marghera una delle più grandi zone industriali costiere d'Europa e per la quale lo Stato ha reso disponibili 153 milioni, non potrà mai partire senza il completamento della bonifica.
Ma c'è di più. Alessandro Bratti (Pd), a capo della Commissione parlamentare, dichiara al Soe-24 Ore che «l'inquinamento continua ad essere alimentato proprio dai tratti che non sono stati bonificati e dunque se non si farà in fretta, sarà una sciagura finanziaria, economica e ambientale. L'inquinamento esistente si aggraverebbe». Come ricorda la Commissione parlamentare si pone ora il problema della destinazione delle somme vincolate dall'Accordo di programma, sottoscritto l'8 gennaio 2015, nonché delle altre somme messe a disposizione dallo Stato, finalizzate alla reindustrializzazione del sito di Porto Marghera.

Rischio contenziosi
A questo si aggiunga che la vicenda del mancato completamento delle opere di bonifica delle macroisole di Porto Marghera è destinata ad avere ulteriori “strascichi”, dal momento che, in forza degli atti transattivi finora conclusi con i privati, lo Stato si è impegnato a provvedere – peraltro anche in tempi brevi – alla messa in sicurezza di emergenza e alla bonifica della falda nelle aree in concessione o di proprietà dei privati.
Pertanto, osserva la Commissione d'inchiesta all'unisono con le considerazioni espresse sia dal Provveditorato interregionale alle opere pubbliche che dal Consorzio Venezia Nuova in amministrazione straordinaria, nelle informative inviate il 30 settembre e il 2 ottobre 2015, appare altamente probabile che, nel caso in cui lo Stato non adempia agli obblighi assunti in tempi ragionevoli, sarà chiamato a rispondere in sede civile dell'inadempimento, con rilevanti richieste risarcitorie.
«Si tratta di un evento che va messo in conto, come altamente probabile – si legge nella relazione – in considerazione sia della qualità dei contraenti privati, sia del rilevante importo delle somme da costoro versate a transazione del danno ambientale, quali risultano dal lungo elenco inserito in questa relazione».

I collaudi
A qualcuno, finora, la bonifica comunque ha reso. Ai collaudatori, ad esempio, buona parte dei quali dirigenti ministeriali o locali, che finora hanno incassato oltre 1,5 milioni debitamente autorizzati, con punte di 30mila euro a collaudo. «L'amara conclusione di questa vicenda è che i collaudi parziali sinora eseguiti appaiono del tutto inutili – si legge nelle conclusioni della relazione a cura della Commissione bicamerale sul ciclo illecito dei rifiuti – in quanto si limitano a verificare conformità al progetto, che peraltro, essendo attività puramente tecnica, non giustifica la presenza di dirigenti ministeriali, ai più elevati livelli, a presiedere tali commissioni. Appare dunque evidente che la finalità esclusiva di tali commissioni di collaudo è quella di garantire premi a pioggia a dirigenti ministeriali e locali, ciò che spiega l'elevato numero dei collaudi o, per essere più espliciti, la loro deliberata moltiplicazione».

Più chiari di così si muore ma non è questa l'unica «amara conclusione» rilevata dalla Commissione sulla bonifica di un sito che, nel tempo, è stato ridimensionato a 1.621 ettari all'interno dei quali sono stati rinvenuti arsenico, cromo, mercurio, nichel e idrocarburi policiclici aromatici (nel suolo) oltre che, in aggiunta a questi metalli, anche composti organo-clorurati nelle acque di falda. Originariamente il perimetro comprendeva circa 3.221 ettari di aree a terra, 350 ettari di canali portuali e 2.200 ettari di area lagunare, nel quale erano incluse aree pubbliche ed aree private, posto che nel sito operano oltre 200 soggetti privati (tutti siti “potenzialmente contaminati” e, pertanto, soggetti agli obblighi di caratterizzazione/bonifica).

«Le indagini svolte dalla Commissione di inchiesta – si legge infatti nella relazione – consentono di affermare che l'Ufficio del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche, nella veste di committente dei lavori, per conto dello Stato, non ha mai esercitato, né esercita tuttora, alcun effettivo controllo sia sul sistema di assegnazione, da parte del Consorzio Venezia Nuova, dei subappalti, relativi al Mose e alle bonifiche, sia sulla congruità dei corrispettivi corrisposti alle ditte subappaltatrici. L'assenza di controlli ha consentito al Consorzio Venezia Nuova di assegnare gli appalti alle ditte consorziate, in violazione della normativa sulle gare d'appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

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