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Smartphone sempre accesi anche a letto per genitori e figli. Siamo tutti…

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Smartphone sempre accesi anche a letto per genitori e figli. Siamo tutti affetti da nomofobia? Ecco il test per scoprirlo

Quando una figlia dodicenne e miope ti chiede di aiutarla a trovare il suo iPad, perso chissà dove, prima degli occhiali, senza i quali non vede, cominci a preoccuparti. Quando poi inviti degli adolescenti in casa e la prima richiesta che ti viene fatta è: «Buongiorno, mi dice la password per il wifi?», pensi che i segnali di nomofobia (da no-mobile-phone) cioè il malessere profondo di chi non riesce a staccarsi dagli smartphone, ci siano tutti. La realtà è questa. Il 37% dei nativi digitali dai 10 ai 12 anni (dati del 2014 del rapporto europeo Net Children Go mobile del 2014) quotidianamente usano i cellulari, percentuale che aumenta fino al 51% nella fascia 13-14 anni e che supera il 60% tra i 15enni. Ma come si intrattengono i teen sul telefonino?

Amici e nemici sulla strada e sullo schermo
A sentire la cronaca il telefonino potrebbe apparire come la fonte di tutti i mali, in realtà non è proprio così. Alcuni giorni fa un preside di una scuola media di Parma ha reso pubblici uno scambio di insulti poco edificanti che alcuni studenti si scambiavano su Whatsapp. Il dirigente scolastico ha poi motivato la sua scelta con toni molto accesi: «Siamo stufi di questo assurdo mondo parallelo che ci inquina, siamo stufi dell'assenza degli adulti. È ora di prendere in mano il cellulare dei nostri figli, di guardarci dentro (perché la privacy nell'educazione non esiste), di reagire, di svolgere in pieno il nostro ruolo di adulti, senza alcuna compiacenza, tolleranza bonaria o, peggio, sorniona complicità. Non serve andare dal preside e chiedere cosa fa la scuola quando la vittima di turno non ha più il coraggio di uscire di casa. È troppo tardi. Cominciamo a fare qualcosa tutti. Ora».

Il 12% degli adolescenti europei è stato oggetto di episodi di bullismo o la variante del sexting (lo scambio di foto a sfondo sessuale) online contro un 23% che l'ha sperimentato nella vita reale magari nei corridoi della scuola. Sui cellulari non vengono veicolati unicamente messaggi negativi. Il 45% degli adolescenti italiani possiede uno smartphone e il 59% lo usa principalmente per mantenere un contatto costante con gli amici sui social network. Il genitore ha dunque il dovere di monitorare il telefonino dei minori e di limitarne l'uso, quando diventa eccessivo, ma senza demonizzarlo. La via migliore è da sempre quella del dialogo e dell'attenzione ai primi segnali di disagio, con o senza telefonino. Nello studio della Duke University “Seven Fears and the Science of How Mobile Technologies May Be Influencing Adolescents in the Digital Age”, i ricercatori hanno analizzato un campione di adolescenti americani che passano 7,5 ore al giorno sui media digitali di cui 1,5 sul telefonino, per scoprire che le chat online sono le esatte repliche delle chiacchiere fuori della scuola prima dell'inizio delle lezioni: simpatie e antipatie sui prof, primi amori, la musica preferita, la lista dei desideri. Ci sono però due modalità da monitorare: la fruizione a letto, perché è provato, ostacola e rovina la qualità del sonno anche negli adulti e l'effetto multitasking, cioè l'abuso di console tecnologiche che può portare a un impoverimento del quoziente intellettivo e delle relazioni sociali e a performance scolastiche deludenti.

È complicato!
Non possiamo lamentarci della complessità della nostra vita quotidiana dando per scontato che chi attraversa l'età dello sviluppo ne sia esente. È questa la teoria di “It's complicated. The Social Lives of Networked Teens” di Danah Boyd, ricercatrice a Microsoft Research e Visiting Professor alla New York University. Nel saggio “È complicato” Danah Boyd, dopo dieci anni di studi sul campo, ci dice che i nostri figli sono diventati screenagers perché noi glielo abbiamo permesso: «Mai come in questi anni i giovani godono di così poche libertà di movimento. Il telefonino è dunque la continuazione virtuale del cordone ombelicale. Per un genitore è molto più semplice dare uno smartphone ai propri figli che lasciare loro un pomeriggio liberi di muoversi in città a condividere esperienze. I teens preferirebbero invece incontrarsi fisicamente in luoghi sicuri fatti a loro misura, se esistessero ancora. I social media rappresentano dunque la piazza virtuale dove socializzare sotto lo sguardo benigno dei genitori. Per controllarli dal divano, basta un'alzata di ciglio. E questo è molto meno faticoso che accompagnarli a una festa o da un amico».

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