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Da Elena Ferrante a Shakespeare, ecco chi (forse) si nasconde…

NOM DE PLUME

Da Elena Ferrante a Shakespeare, ecco chi (forse) si nasconde dietro gli pseudonimi

Per alcuni lo pseudonimo è un vezzo, per altri una necessità per ragioni non sempre note. Vero è che i casi in cui dietro un artista o uno scrittore si cela un'altra persone contribuisce a creare un alone di mistero per l'autore e l'opera, attirando l'attenzione del pubblico
Ci sono tanti modi per indicare un'identità segreta: pseudonimo, alias, nome d'arte, Nickname e così via. Ma nel caso in esame il più pertinente è “nom de plume”, locuzione francese coniata in ambito inglese per indicare la firma artistica di uno scrittore su una sua opera. Il “nom de plume” o “pen name”, che dir si voglia , più famoso del momento è quello di Elena Ferrante l'autore / autrice finalista dello “Strega 2015” con “Storia della bambina perduta”, ultimo titolo della saga incominciata con“L'amica geniale”.

E fresca finalista del “Man Booker International Prize” 2016, il più prestigioso premio letterario internazionale del Regno Unito. A parer nostro la questione non è tanto di svelare, dopo un processo di detection da spy story, chi si cela dietro lo pseudonimo, quanto capire perché gli pseudonimi ciclicamente siano in uso in letteratura almeno a partire da Omero. Confronti a parte, è proprio la cosiddetta questione omerica ad essere alle origini dell'identità segreta. Ciò che li accomuna non è l'esistenza storica, meno in discussione per la Ferrante e più incerta per Omero, ma il nom de plume. Omero sarebbe soltanto un nome e niente altro a cui attribuire la paternità dei principali poemi “Iliade” e “Odissea” della letteratura greca.

Dietro quel nome misterioso e volutamente ambiguo - “homeros” in greco ostaggio per associazione è anche “cieco”, così come vuole l'iconografia- si celerebbe qualcun altro così come gli serve sempre qualcun altro come accompagnatore di cui è ostaggio. Così interpretato sarebbe un nome collettivo, un alias di uno sforzo collettivo per redigere un'opera orale tramandata dai narratori greci, gli aedi. Altro precedente clamoroso è quello di un altro gigante della letteratura mondiale, Shakespeare. Anche nel caso del Bardo, come viene denominato, l'epiteto proviene da una parola che indicava il cantore, ancora un aedo, di imprese epiche presso la cultura celtica.

Analogamente al grande cieco l'esistenza storica di Shakespeare viene messa in dubbio: dietro si celerebbero più personaggi illustri dell'epoca elisabettiana, dal ciambellano di Corte a Francis Bacon, da Christopher Marlowe fino all' ipotesi di una donna italiana di origine ebraica. Insomma per Shakespeare potrebbe trattarsi di un'elaborazione collettiva e altrettanto pluralistica attribuzione letteraria. E' quel che sta accadendo con Elena Ferrante un nome dietro il quale si celano e vengono via via svelati e fatti più nomi, ultimo dei quali quello di Marcella Marmo. Tra gli altri, come in una cinquina del Premio Strega, vengono inclusi quello di Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, anche lui tra i candidati, di un'altra coppia di coniugi gli Ozzola, di Goffredo Fofi, del regista Mario Martone il regista de “L'autore molesto” tratto da un libro della Ferrante. Così di nome in nome è diventato un vero e proprio brand editoriale che profuma di mistero. Del resto che cosa c'è in un nome, di penna o meno che sia, per dirla con le parole di Giulietta nella tragedia Shakespeariana?

”Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”. Quindi si tratta un dilemma misterioso costruito ad arte per gettare un velo ad hoc per renderle identità misteriose. Che non sono assimilabili ai casi di a.k.a, acronimo della lingua inglese per indicare “altrimenti noto come” dietro cui non si cela nessun mistero: ad esempio Mogol, il paroliere di Lucio Battisti, è lo pseudonimo con cui Giulio Rapetti è registrato alla SIAE ( società italiana autori editori). Quello della Ferrante è solo l'ultimo caso di come un'aura di mistero sia partecipe e connaturata a un nome d'arte diventato arte del nascondimento e del disvelamento. Il caso Ferrante si “appaia” a un altro volto incappucciato quello dello street artist Bansky, uno pseudonimo dietro cui si celerebbe tale Robin Gunningham. A rivelarlo è stata una elaborata indagine della Queen Mary University di Londra che ha usato una tecnica della lotta anti crimine: il profiling geografico. Sulla base dei 140 luoghi, tra Londra e Bistrol, in cui Bansky ha disseminato le sue opere si sarebbe risaliti all'identità dell'artista. Una simile detection, in chiave biografica e letteraria, è stata condotta di recente proprio per Ferrante sui luoghi della Normale di Pisa con la rivelazione che dietro quel nome ci sarebbe una normalista. Ma quale che sia il suo vero nome, così come quello di Bansky, poco importo: anche se si chiamassero altrimenti serberebbero e non perderebbero il loro intrinseco valore artistico.

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