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E Primo non prese il fucile

Storia

E Primo non prese il fucile

Ulisse il coraggioso. Volendo scegliere una situazione dell’Odissea per includere il poema omerico nella sua «antologia personale» del 1981, La ricerca delle radici, Primo Levi scelse i versi del canto IX in cui l’eroe greco completa con un’apostrofe l’opera di astuzia che ha permesso a lui e a parte dei compagni di sfuggire alla ferina brutalità del Ciclope. Non erano sodali di un vigliacco qualunque – urla l’eroe a Polifemo – gli infelici divorati nella caverna. Erano

sodali di Ulisse figlio di Laerte, signore di Itaca e espugnatore di Troia, che facendo ubriacare il Ciclope, cavandogli l’occhio, scappando dall’antro grazie al trucco dei montoni, aveva saputo vendicare i compagni uccisi.

È nota la centralità della figura di Ulisse nell’autobiografia intellettuale di Levi. Di più: nella vita di Levi. Secondo il racconto del capitolo «Il canto di Ulisse» in Se questo è un uomo, mai come recitando i versi di Dante ad Auschwitz, ritrovandoli nel solaio della memoria per spiegare al compagno Pikolo la virtute e la conoscenza e l’altrui piacque, l’ebreo deportato si era avvicinato a una comprensione piena o addirittura metafisica della Shoah. Quanto alla Tregua, cos’è la penultima pagina dell’ultimo capitolo, quella che spiega il titolo del libro, se non una similitudine implicita ma trasparente fra il reduce Ulisse e il reduce Levi? «Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore».

Per Levi, Ulisse presentava l’interesse capitale di essere non soltanto figura dell’erranza, ma figura del coraggio. E il coraggio è virtù preziosa, non foss’altro perché ti dà la forza di resistere: Levi lo sapeva almeno dal tempo delle leggi razziali, quando ventenne, alla scuola ebraica di Torino, aveva studiato il coraggio strenuo dei patriarchi. Naturalmente Levi sapeva anche che ci sono vari tipi di coraggio, e che non tutti i coraggi si equivalgono. C’è il coraggio fisico, l’intellettuale, il morale, l’affettivo. Ma di là da ogni distinzione Levi sapeva che il coraggio, nella misura in cui ti permette o ti impedisce di essere all’altezza della situazione, finisce per essere misura di te. Questo, Levi lo aveva imparato – se non da altri – da Joseph Conrad: che non a caso, nella griglia di lettura della Ricerca delle radici, sta in mezzo alla linea che definisce l’itinerario «statura dell’uomo». E proprio perché sapeva il coraggio essere non solo prezioso, ma rivelatore, non solo elemento di utilità, ma strumento di misura, Levi si pose sovente il problema del suo proprio coraggio.

In nessun luogo lo fece in modo altrettanto esplicito che in una pagina del libro del 1986, fondamentale e testamentario, I sommersi e i salvati. È la pagina in cui Levi descrive come un fattore di «assoluta inferiorità» la sua incapacità di «“rendere il colpo”». Forse per mancanza di una seria educazione politica, dice, era stato da sempre incapace di praticare una qualunque forma di difesa attiva. Oppure forse «per mancanza di coraggio fisico»: ne possedeva una certa dose davanti ai pericoli naturali e alla malattia, ne era sempre stato privo davanti all’umana aggressione. E «proprio per questo – aggiunge Levi – la mia carriera partigiana è stata così breve, dolorosa, stupida e tragica: recitavo la parte di un altro».

«Non mi importa più di niente. Mi importa che voi avete avuto il coraggio di prendere il fucile, e io questo coraggio non l’ho avuto»: come lo Schmulek di Se non ora, quando?, Levi non smise di confrontarsi mentalmente con gli ebrei che nella guerra e nella persecuzione erano stati capaci di coraggio. Talvolta, trovò una forma di giustificazione per le situazioni in cui riteneva di non essere stato all’altezza: «Come ex partigiano ed ex deportato – dichiarò nel 1982 – so bene che ci sono condizioni politiche e psicologiche in cui resistere si può, e altre in cui non si può». Altre volte, si lasciò andare a nient’altro che una sconfinata ammirazione per gli ebrei capaci di resistere e addirittura di rendere il colpo anche se inesperti e inermi, e anche se consapevoli di non avere futuro: come i «temerari» del ghetto di Varsavia che insorgendo contro l’occupante nazista nella primavera del ’43 avevano testimoniato al mondo del loro «disperato eroismo». Temerari che non avevano salvato se stessi, ma avevano salvato la dignità ebraica per generazioni a venire.

Altre volte ancora Primo Levi trovò più vicino a sé l’esempio del coraggio possibile di un ebreo, anche di quello all’apparenza più imbelle. Le parole con cui nel 1984 volle pubblicamente onorare la memoria dell’amico torinese Emanuele Artom risuonano come l’omaggio reso a un percorso che avrebbe potuto essere il suo, e che non era stato. Poiché dopo l’8 settembre 1943, Artom «non esita»: «Privo di esperienza militare, alieno alla violenza, sale in montagna ed è partigiano». Sopportando fieramente disagi e pericoli, «si fa audace e pronto». È commissario politico per il Partito d’azione, incappa in un rastrellamento nel marzo del ’44, sopporta stoicamente la prigionia, la derisione, la tortura. L’enfant prodige dell’antichistica torinese d’anteguerra, il topo di biblioteca della via Po, muore nello strazio il 7 aprile, incarnazione tragica quanto mirabile di un destino riscattato.

Esempi di virile coraggio ebraico Levi trovò anche vicinissimo a sé: in famiglia, in sua sorella Anna Maria. Dopo avere lasciato insieme con la madre – il 1° dicembre 1943 – l’albergo Ristoro di Amay, sopra Saint-Vincent, e dopo avere nascosto Rina Levi nella campagna di Ivrea, Anna Maria era divenuta «una staffetta brava perché fortemente motivata». Sia suo fratello sia il suo fidanzato, Franco Tedeschi, erano stati deportati in Polonia (Franco non ne sarebbe ritornato): la sua militanza non scaturiva soltanto da ragioni politiche, «era una rappresaglia e una rivalsa». Anna Maria aveva fatto la staffetta con tale impegno da ritrovarsi in possesso, all’indomani della Liberazione, di un mitra Beretta. Aveva oliato il mitra per bene e lo aveva nascosto dapprima sotto il letto, poi nella libreria di casa, dietro le opere complete di Balzac. Due anni dopo, Primo aveva scambiato il mitra contro un paio di scarponi da montagna. Gli scarponi a lui, il mitra a un partigiano che si era rifatto vivo dal nulla: «Anzi un “partigia”, uno cioè delle frange più spregiudicate e svelte di mano dei nostri compagni combattenti».

Ad Auschwitz, Primo Levi era stato deportato come ebreo, non come partigiano e meno che mai come partigia: deportato con due donne, Luciana Nissim e Vanda Maestro, «non essendo risultato altro a loro carico». Nascosta da lui stesso o da qualcun altro, la sua pistola intarsiata di madreperla non gli era stata trovata addosso, i poliziotti di Salò non lo avevano catturato armi in pugno, dagli interrogatori di Aosta nulla era emerso tale da persuadere i saloini di avere davanti un combattente. Ma fin dentro il campo di sterminio, poté capitare a Levi di presentarsi per quello che pur sentiva (o sperava) di essere: un partigiano, almeno quanto un italiano e un ebreo. E ciò nonostante tale reputazione, ad Auschwitz, fosse più pericolosa che utile. «Non serviva a niente, il fatto che io... Anzi, quando io dicevo, sono un partigiano, dicevano sta’ zitto, non dirlo a nessuno. E dei francesi che la sapevano più lunga di me mi han detto: se sei partigiano non dirlo. Qui è pieno di spie». Il che ci riporta un’ultima volta a Se questo è un uomo, alla recitazione per Pikolo del canto di Ulisse, e a un fotogramma sull’accelerare il passo perché passava Frenkel, la spia.

Scritta da Torino il 25 novembre 1984, una lettera inedita di Levi testimonia in maniera impressionante come il reduce della Resistenza e del Lager non abbia smesso di compiere nel segno di Ulisse una «ricognizione dei propri confini», una misura della propria statura di uomo. Né ci sarà da meravigliarsi che lo scrittore famoso si impegnasse nel dire cose gravi a una sua conoscenza occasionale, la lettera essendo destinata a un ebreo triestino fabbricante di vini, Furio Finzi, con cui aveva scambiato appena un paio di missive: Primo Levi non era uomo da soppesare le parole private meno delle parole pubbliche. Ecco dunque il passo centrale di quella lettera: «Lei mi chiede di Ulisse. Mi sono fugacemente sentito vicino a lui in tempi lontani, forse Lei lo ricorda, se ne parla in un capitolo di Se questo è un uomo che oggi non avrei più il coraggio di scrivere, o non scriverei così. Oggi non oserei più affrontare il tema, proprio per una questione di statura».

Due anni e mezzo prima di morire, Levi non aveva più il coraggio di sentirsi tanto vicino a Ulisse il coraggioso quanto aveva potuto sentirsi in un lontano giorno di Auschwitz. Non riconosceva più una misura comune fra la statura dell’eroe greco e la statura di se stesso.

Questo testo è tratto dalla Postfazione scritta da Sergio Luzzatto per la traduzione francese del suo libro «Partigia» (2013), in uscita da Gallimard. La versione integrale della Postfazione è leggibile nel PDF qui di seguito.

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