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Dossier A San Siro sfida Champions, l’Atletico e Simeone pronti a battere…

    Dossier | N. 13 articoliChampions League, la finale di Milano

    A San Siro sfida Champions, l’Atletico e Simeone pronti a battere il Real

    Sono passati due anni, da quel 24 maggio 2014: un 24 maggio maledetto per l’Atletico Madrid, arrivato a due minuti dal sogno impossibile, quello di sconfiggere nella finale di Champions l’esagerata accozzaglia di fuoriclasse messa in campo dal Real di Carlo Ancelotti. Un 24 maggio da sogno per il Real Madrid e per il Carletto di casa nostra, che proprio grazie alla stessa esagerata accozzaglia di fuoriclasse comprata dall’orgia di euro del presidente Florentino Perez riusciva a vincere «la Decima», ossia la Champions/Coppa dei Campioni numero dieci. Dove nessuno è mai arrivato, e per ora non è nemmeno pronto ad arrivare. Barcellona incluso.

    Sono passati due anni e Atletico e Real sono di nuovo di fronte in una finale di Champions: l’appuntamento è a Milano, ora locale 20.45, in quello stadio di San Siro (o Giuseppe Meazza che dir si voglia) pieno zeppo di targhe alla memoria delle sfolgoranti vittorie europee delle due milanesi decadute: Inter e Milan. Tanto decadute che i tifosi di entrambe non si azzardano nemmeno a pensare alla parola Champions, se non sperando di qualificarsi (senza riuscirci) per la prima fase a gironi.

    Sarà di nuovo Atletico-Real ma non Simeone-Ancelotti: soltanto l’allenatore dei Colchoneros, il Cholo, ha tenuto duro sulla propria panchina. Non importa se dopo quella finale finale persa Diego Pablo Simeone ha messo in bacheca solo la Supercoppa di Spagna, nell’agosto del 2014: lui è l’uomo che ha portato l’Atletico a vincere un’Europa League, una Supercoppa europea, una Coppa del Re, una Liga e una Supercoppa di Spagna. Dalle parti del Vicente Calderon conoscono bene il significato della parola “riconoscenza” e il loro allenatore se ne andrà solo quando deciderà lui di farlo.

    Il Real, invece, nel grande libro del club alla voce “riconoscenza” ha una pagina bianca: Ancelotti, l’uomo della Decima, è passato dagli altari all’esonero del 25 maggio 2016. La Decima si dimentica in fretta: fine del regno di Carlo Magno, come lo aveva battezzato la stampa spagnola... Dopo di lui Rafa Benitez, esonerato il 4 gennaio 2016 con la squadra a 4 punti dal Barcellona e qualificata per gli ottavi di Champions. Il testimone è stato infine raccolto da Zinedine Zidane, catapultato dalla panchina della seconda squadra del Real (in terza divisione spagnola) alla poltrona più prestigiosa del mondo dopo quella della Nazionale brasiliana.

    Sarà lui, i cui pregi e limiti da allenatore sono tutti da scoprire, a sfidare Diego Pablo Simeone, di cui invece si conoscono benissimo valore e capacità tecnica e tattica. E Zidane lo farà, come sempre negli ultimi anni, affidandosi all’accozzaglia di campioni comprati dallo sconfinato portafoglio di Florentino Perez: Cristiano Ronaldo, certo, ma anche Karim Benzema, James Rodríguez, Luka Modrić, Pepe, Sergio Ramos, Toni Kroos, Isco e Gareth Bale, l’uomo da cento milioni di euro che al 93esimo minuto di quel maledetto (o bellissimo) 24 maggio di due anni fa mise fine ai sogni dell’Atletico: pareggio a due minuti dalla fine dei tempi di recupero, e poi tempi supplementari a chiudere il conto. Ma in fondo è così: i fuoriclasse servono per vincere le partite che meriti di perdere. Per quelle normali bastano i giocatori.

    Scorrendo i nomi della rosa dell’Atletico, al confronto, viene da sorridere: certo, abbiamo imparato a conoscere i vari Koke, Savić e compagni. Così come conosciamo bene Fernando José Torres Sanz, ossia l’eterna «promessa di fuoriclasse» Fernando Torres, scaricato troppo frettolosamente dal Milan e capace di trovare, finalmente, la dimensione giusta alla corte del Cholo. Ma guardando gli uomini sul terreno, esattamente come due anni fa, la sfida è senza speranza per i Colchoneros.

    Eppure, esattamente come due anni fa, se dovessi puntare un euro lo farei scegliendo l’Atletico. I parenti poveri della capitale iberica (ma attenzione, sono pur sempre la squadra più titolata di Spagna dopo Real e Barcellona) hanno un gioco basato su un copione che ormai recitano a memoria, un copione scritto da Simeone riga dopo riga fin dal momento del suo arrivo al club. Un copione che narra una storia di sacrificio, coperture difensive e ripartenze fulminanti, spazi cortissimi per non lasciare che gli avversari si inseriscano tra le linee di difesa e centrocampo, attacchi portati con le ali larghissime sulle linee laterali per aprire il più possibile la difesa avversaria. Un copione da recitare senza sbavature, come sarebbe piaciuto ad Arrigo Sacchi, per colmare il divario di tasso tecnico individuale contro avversari che, nella durissima vita di tutti i giorni, nella Liga si chiamano Real Madrid e Barcellona.

    Si sono già incontrati quest’anno, Simeone e Zidane, in campionato: 1-0 per l’Atletico, con un’interpretazione perfetta del copione scritto dal Cholo. Inutili gli attacchi a testa bassa, inutili (questa volta) i campioni strapagati e osannati come divinità. Per una volta meritavano di perdere e hanno perso.

    Non tragga in inganno il recupero in classifica che il Real (e tutto sommato anche l’Atletico) hanno effettuato sul Barcellona nelle ultime giornate di campionato: più che di un recupero si è trattato di un tentato suicidio dei catalani, che per loro fortuna dopo tre sconfitte consecutive hanno ripreso a viaggiare come un treno ad alta velocità chiudendo il conto per la vittoria finale. Zidane non ha rinnovato i “Blancos” rispetto a Benitez, ma senza dubbio i giocatori lo sopportano molto più di quanto facessero con l’allenatore precedente. Tuttavia il gioco continua a non esserci e senza il crollo del Barcellona, che aveva scombinato le carte, probabilmente anche il grande Zinedine sarebbe stato esonerato da Florentino Perez: uno che quando si tratta di cambiare allenatori fa sembrare dilettanti perfino Massimo Moratti e Maurizio Zamparini. E da qualche anno anche Silvio Berlusconi.

    Atletico e Real, alla lunga, più o meno si equivalgono: ma la finale di Champions non si gioca alla lunga: è una partita secca. E nelle partite secche i fuoriclasse, come è successo il 24 maggio di due anni fa, possono farti vincere le partite che meriti di perdere. Da questo punto di vista, così a occhio, il Real vince tanti a uno (potenziale): Fernando Torres.

    Eppure dico Atletico, dico che questa volta vincerà il gioco. Pronostico sbagliato? Pazienza, i pronostici li sbaglia solo chi ha il coraggio di farli. Con una partita di grande controllo, soprattutto a centrocampo, gli uomini di Simeone possono mettere in crisi il «footbal bailado» dei madridisti, che per la verità quest’anno non lo bailano nemmeno tanto bene. Un conto è eliminare nei quarti il Barcellona, un altro far fuori il Wolfsburg. Un conto è buttar fuori dalla semifinale il Bayern di Guardiola, un altro sconfiggere di misura il Manchester City, che se in finale nella sua storia non c’è mai arrivato ci sarà pure un motivo.

    La sensazione è che il Real sia arrivato alla finale quasi per inerzia, mentre l’Atletico si è conquistato il palcoscenico di San Siro facendo l’Atletico: grinta, cuore e tattica applicata con cura certosina.

    In stagione per gli uomini di Simeone 63 gol fatti nella Liga e solo 18 reti subite, contro 110 fatti ma ben 34 subiti dal Real (per la cronaca 112-29 il bilancio del Barcellona). Diverso il discorso in Champions, dove i “Blancos” sono andati in gol 27 volte incassandone solo 5, mentre i Colchoneros si sono limitati a un più modesto 16 fatti e 7 subiti. Ma qui il peso dei rivali, completamente diverso, ha fatto la differenza. Non tragga in inganno il numero complessivo dei gol segnati: spesso le goleade madridiste sono arrivate contro avversari scesi in campo come vittime sacrificali, mentre l’Atletico ha nel proprio Dna il non esagerare, il fare il giusto senza sbilanciarsi troppo.

    Per questo dico Atletico. Per questo scelgo il gioco e non l’invenzione estemporanea. Ben sapendo che nel calcio la logica, fin troppo spesso, non trova applicazione. E che i fuoriclasse scelgono il momento peggiore (per gli avversari) in cui manifestare la propria esistenza.

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