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Dossier Luci a San Siro: quando la Champions illumina il «Meazza»

    Dossier | N. 13 articoliChampions League, la finale di Milano

    Luci a San Siro: quando la Champions illumina il «Meazza»

    Stadio Meazza (Olycom)
    Stadio Meazza (Olycom)

    L'inno della Champions, 80 mila tifosi con due casacche diverse, ma provenienti dalla stessa città, Madrid, che ad appena due anni di distanza si regala il secondo derby che vale l'Europa. Magie della Coppa dalle Grandi Orecchie, perché avrà pure cambiato nome e format, ma la sagoma quella no, quella davvero deve restare inconfondibile, ed è la stessa in cui si sono specchiati Di Stefano, Rivera, Cruyff, Beckenbauer, Facchetti, Van Basten, Messi e Cristiano Ronaldo. Una Coppa che ha avuto in San Siro uno dei suoi luoghi d'elezione, o meglio, uno dei suoi più prestigiosi templi pagani, in cui esporre alle folle festanti il Sacro Graal del football continentale. E allora, prima che scocchi la fatidica ora, le 20.45 di sabato 28 maggio, sarà bene ricordare chi su quel prato, in quello stadio, ha già corso, sudato, sofferto, sorriso e pianto inseguendo quel mito, quel sogno, quella Coppa.

    Fu proprio l'Inter a sollevare, nel “suo” San Siro, la Coppa Campioni al cielo nella prima finale disputata nell'impianto milanese. Era il 27 maggio 1965, e i nerazzurri di Herrera, detentori del trofeo e che già avevano messo in bacheca la Coppa Intercontinentale, affrontano il Benfica della Pantera Nera, il leggendario Eusebio. Il giorno precedente, e poi ancora a poche ore dalla partita, su Milano si abbatté un vero uragano. «Il campo era al limite della praticabilità – ricorda ancora oggi Sandro Mazzola – tant'è che, quando andammo a fare il tradizionale sopralluogo prepartita, ci trovammo tutti d'accordo su una cosa: bisognava fare lo “scavetto”, cioè mettere il piede sotto il pallone e calciarlo come meglio si poteva, perché altrimenti non lo avremmo mai tirato fuori da quel pantano!».

    “Fu proprio l'Inter a sollevare, nel “suo” San Siro, la Coppa Campioni al cielo nella prima finale disputata nell'impianto milanese. Era il 27 maggio 1965”

     

    Però tutta quella pioggia alla fine si rivelò una benedizione, perché contribuì non poco a vincerla, quella Coppa… «Era il 42esimo del primo tempo e, al termine di un'azione che eravamo riusciti a organizzare malgrado l'acquitrino, la palla arrivò a Jair, che calciò di destro un diagonale non angolato, ma comunque potente. Il portiere Costa Pereira era sulla traiettoria, ma si lasciò scivolare il pallone sotto la pancia, e quindi in porta. Fu il gol decisivo». Tutto merito del temporale, quindi: «Bisogna essere onesti, però: noi sapevamo bene che Jair calciava la palla molto bene, in modo sempre insidioso per i portieri: quindi va bene l'acqua, ma non dimenticate l'effetto…». Pericolo numero uno, per la difesa interista, era appunto Eusebio: «Un grandissimo – sottolinea ancora Mazzola -: faceva delle cose da mandare i difensori al manicomio! Mi ricordo ancora quando giocammo insieme, in una selezione del resto del Mondo che affrontò in amichevole la Germania. Quella sera lo marcammo a uomo come meglio non si poteva». Merito anche della prestazione di un altro tipo “tosto” come Tarcisio Burgnich: «Avevo imparato a conoscerlo a mie spese, Eusebio. In un'amichevole, ci era scappato via, a me e a Bruno Bolchi, e ci aveva fatto gol in contropiede dopo un nostro calcio d'angolo! Il Mago Herrera fu categorico: “Lei il suo avversario deve seguirlo anche al gabinetto», mi disse, e poi mi mise fuori squadra per la gara successiva, contro l'Alessandria in Coppa Italia. Perciò davvero Eusebio non posso dimenticarmelo, anche se quella sera a San Siro dominammo la gara, spinti anche dai nostri tifosi». «È l'immagine più bella che ricordo – chiosa Mazzola – quella dei nostri tifosi, che all'ingresso in campo, ci accolgono con migliaia di lumini accesi: roba da far tremar le gambe, e a gara finita quei lumini si riaccesero, e ti veniva voglia di restare lì, in mezzo al campo, a godersi lo spettacolo! Non fu facile gestire la pressione, l'emozione, perché sentivamo l'obbligo di vincere la finale in casa: ma poi l'essere a San Siro moltiplicò la festa e la gioia!».

    Ancora San Siro, Ancora la finale di Coppa Campioni. È la notte del 6 maggio 1970, e a disputarsi la Coppa dei Campioni sono gli olandesi del Feyenoord di Rotterdam e gli scozzesi del Celtic Glasgow. È il 29esimo del primo tempo quando l'arbitro italiano Concetto Lo Bello assegna una punizione dal limite agli scozzesi: Tommy Gemmel approfitta di un tocco a sorpresa di un compagno per scaricare un destro terrificante alle spalle del portiere Graafland, ingannato anche dallo stesso Lo Bello, che ne intralcia la visuale. Passano appena due minuti, però, e il Feyenoord trova il pari, con un colpo di testa del suo capitano Rinus Israel. Si va ai supplementari e qui gli olandesi, allenati dal grande Ernst Happel, trovano il gol vittoria: a firmarlo lo svedese Kindvall, con un bel pallonetto in un'azione comunque segnata da un fallo da rigore a favore del Feyenoord, su cui Lo Bello concede il vantaggio. Nottata a suo modo storica, perché è la prima Coppa Campioni vinta da una squadra olandese, dopo la sconfitta dell'Ajax l'anno precedente contro il Milan, e prima dei tre successi consecutivi firmati dai Lancieri guidati da Johann Cruyff.

    «Quel Feyenoord fu una sorpresa anche per noi», sottolinea Pierino Prati, il bomber del Milan campione d'Europa che proprio dalla banda di Happel venne eliminato, vincendo 1 a 0 a San Siro ma venendo superato per 2 a 0 a Rotterdam. «E dire che l'Ajax l'avevamo battuta a Madrid l'anno prima. Ma era una squadra che stava ancora maturando, con giocatori di gran classe. Non che il Feyenoord non ne avesse, basti pensare a Van Hanegem, ma certo non ci aspettavamo una squadra così solida. Si vedevano già quelle che sarebbero state le caratteristiche della rivoluzione olandese: abilità tecnica unita a una esuberanza fisica che allora era davvero una novità».

    Ultima tappa del viaggio della memoria: ancora a San Siro, ancora finale di Champions League, anzi, la prima finale di Champions che si disputa stavolta al “Meazza”, intitolato nel 1980 al grande ex campione. È il 23 maggio del 2001 e a giocarsi la Champions ci sono il Bayern Monaco e il Valencia di Hector Cuper, che schiera come terzino sinistro Amedeo Carboni. Finale tutt'altro che spettacolare, che si decide dal dischetto: gli iberici passano in vantaggio dopo 3 minuti con un rigore di Mendieta, sempre dal dischetto, al 50esimo, arriva il pari di Effenberg. E sempre ai rigori arriva il successo dei bavaresi, con lo straordinario Oliver Khan che neutralizza le conclusioni di Zahovic, Carboni e Pellegrino.

    E questa volta, come finirà? «Voglio dirlo chiaramente: io tifo Atletico, perché Simeone è un giocatore che portai io all'Inter, è un grande allenatore e un grande uomo», dichiara orgoglioso Mazzola. «Mi aspetto una partita tattica – continua il grande Baffo – con l'atletico a chiudere gli spazi, col suo gioco solido e ordinato, e il Real che proverà a scatenare il talento di Ronaldo e Benzema. Ma non sarà facile per i blancos». E che Milano si aspetta, signor Mazzola? In fondo, la partita più bella arriva in una delle stagioni più amare per il calcio milanese… «Milano ha fame di grande calcio, e saprà accogliere la Champions nel modo migliore. Sperando poi di ritornarvi presto da protagonista con entrambi i suoi club, che questa Coppa ce l'hanno nel palmares e nell'anima».

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