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Dossier Simeone vs Zidane, in finale l’eterna sfida tra concretezza e fantasia

    Dossier | N. 13 articoliChampions League, la finale di Milano

    Simeone vs Zidane, in finale l’eterna sfida tra concretezza e fantasia

    Real Madrid-Atletico è un derby al cubo. Per la città, per gli allenatori, per San Siro. Diego Simeone e Zinédine Zidane non hanno mai giocato insieme e tornano laddove si sono incontrati l'ultima volta nel febbraio 1999. Ne uscì uno sciapito Inter-Juve. Lo 0-0 di quel sabato non può portare alla coppa dalle grandi orecchie.

    In questa gara che, comunque andrà a finire, incoronerà Madrid regina della Champions (11° trofeo per la città) e la Spagna padrona d'Europa (dopo la “Siviglia League”), Simeone parte un passo indietro, anche se in campo, quando correva per Pisa, Lazio e Inter, ha sconfitto tre volte il divin Zizou (contro un successo del francese e due pareggi).

    Il Real delle stelle e dei miliardi brilla e sogna ma la forza del Cholismo è il gruppo, è sapere di essere inferiori e di metterci il cuore e l'anima per essere vincenti. Insomma ciò che ha fatto grande il Leicester e il Sassuolo. Perché non sognare in grandissimo? In fondo, anche già nella finale della Champions di due anni fa, i Colchoneros stavano per fare lo sgambetto ai Blancos, ai quali son serviti i supplementari per la Decima.

    “Il Real delle stelle e dei miliardi brilla e sogna ma la forza del Cholismo è il gruppo, è sapere di essere inferiori e di metterci il cuore e l'anima per essere vincenti”

     

    Simeone, argentino, classe 1970, inizia ad allenare dieci anni fa: prima in Argentina, poi a Catania, infine a Madrid, la sua nuova casa dal 2011. Lo stile è quello, e non solo per questi completi total black che lo fanno sembrare magrissimo come quando giocava. Gran varietà di schemi, un'ossessione per i segni zodiacali dei suoi giocatori e frasi culto da ripetere come avemaria di un rosario: «Quando il cuore e la mente sono uniti, tutto è possibile» dal suo profilo Twitter o anche quest'altra: «El esfuerzo no se negocia» (la fatica non è negoziabile). Soprattutto a difesa della porta: primo non prenderle, per citare Bearzot. Simeone parte da numeri che sono quasi una certezza: da quando guida l'Atletico fino alla fine di aprile, la squadra ha giocato 256 partite, fra campionato, coppa, Champions ed Europa League, e per 135 volte è riuscita a non prendere gol. Il 4-4-2 che ha costruito il Cholo è pressing compatto per lanciare là davanti Antoine Griezmann e Fernando Torres e riuscire in imprese come quella di eliminare il tiki-taka del Bayern di Guardiola e arrivare alla finale.

    Di fronte, Simeone e i suoi trovano la bellezza, la fantasia del Real. Cristiano Ronaldo inventa e Benzema insacca, Modrić crea e Bale inzucca in rete. Un campionario di possibilità per fare gol: in fondo, a Zidane, allenatore dei Blancos da gennaio dopo il benservito a Rafa Benitez, basta solo dare linee guida agli artisti, tanto che la squadra vive di lampi, di momenti di genialità. Fascinoso e amletico, come quando incantava coi Galacticos, Zizou, mesi fa, confessava di «non essere ancora pronto al 100%. Ma è anche vero che nessun allenatore lo è. Continuo la mia strada, tranquilli, ci metterò il tempo necessario».

    Poi, è venuto il suo turno perché il destino sulla panchina del Real era scritto, dopo gli anni da vice di Ancelotti. Alla prima conferenza stampa ha detto: «Da allenatore, voglio che la mia squadra giochi un buon calcio. Con un portiere che sappia far partire l'azione con i piedi. Possesso palla e passaggi rapidi. L'obiettivo è arrivare il prima possibile e con il maggior numero di giocatori davanti alla porta avversaria». Ha scelto di giocare con i tre attaccanti: Cristiano, Benzema e Bale, ha debuttato con un roboante 5-0 al Deportivo La Coruna ma questi ultimi mesi sono stati altalenanti, dalle stelle alla crisi, e ritorno. Lasciato lo scudetto al Barcellona, per fortuna è arrivata la finale. «L'Atletico ha uno stimolo in più? Anche noi - ha detto Zidane - vogliamo rifarci dalla sconfitta contro di loro in Liga e sono contento di tornare in Italia perché alla Juve sono cresciuto molto e tutti gli italiani si sono sempre comportati benissimo».

    La finale è un derby spagnolo, profondamente italiano. È l'eterno derby fantasia-concretezza, intensità-eleganza. È il derby del (quasi) miglior attacco della Liga (110 gol del Real contro i 112 del Barça) contro la miglior difesa (18 gol insaccati dall'Atletico). È il derby dei due mantra dei club: «Gioca, combatti come tu fossi il migliore» per l'Atletico e «Vai, Madrid, giochi come un poema». Poesia versus prosa ma sulle Champions in bacheca non c'è mai scritto come si son vinte. Importante è alzarle al cielo.

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