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Competizione a rischio di deriva oligarchica

l’analisi

Competizione a rischio di deriva oligarchica

La Champions league è diventata una macchina da soldi. Ma è anche sempre più élitaria. Nel 2005/06 ai club, a cui è destinato per statuto Uefa il 75% delle entrate ottenute da tv e sponsor, venivano distribuiti 430 milioni di premi. Nell'edizione 2016, che vede sfidarsi in finale a Milano, Real e Atletico Madrid, il montepremi assegnato alle società è di 1,2 miliardi (su entrate totali di quasi 2 miliardi). In 10 anni è triplicato.

La partecipazione ai gironi ha portato nelle casse dei club 12 milioni, la vittoria nella singola partita 1,5 milioni, mentre il bonus per il pareggio è stato di 500mila euro. La qualificazione agli ottavi di finale è valsa 5,5 milioni, il passaggio ai quarti un assegno di 6 milioni e quello alle semifinali di 7. Alla finalista perdente sarà attribuito un premio di consolazione di 10,5 milioni, mentre la squadra campione d'Europa ne intascherà 15. Ma questa è solo una parte degli introiti. La parte più ricca è il cosiddetto market pool legato ai diritti tv nazionali. Aggiungendo questa voce ai premi per i risultati, la vittoria della Champions regala più di 100 milioni.

Tuttavia, questo meccanismo che attribuisce gettoni milionari a chi frequenta la Coppa assiduamente sta alimentando un circuito autoreferenziale. Ci sono club inamovibili o quasi, come Real Madrid, Barcellona, Arsenal, Chelsea, Bayern Monaco e Manchester United. Questa tendenza è stata peraltro agevolata dalla riforma voluta nel 2007 dall'ormai ex presidente Michel Platini per assicurare che almeno 5 squadre appartenenti ai paesi con ranking basso potessero accedere ai munifici gironi. I play-off sono stati riorganizzati in modo che si affrontino da un lato del tabellone i 10 club “campioni” dei propri paesi e dall'altro lato i 10 club “piazzati” nei campionati più prestigiosi. Fra il 2009, annata in cui la riforma ha debuttato, e il 2016 si sono disputate sette edizioni del torneo. Ebbene le squadre qualificate ai gironi nel pool “Campioni” hanno raccolto in totale 140 punti e solo in soli tre casi sono state promosse agli ottavi. Viceversa, le cinque squadre che ogni anno escono vincenti dal pool “piazzati” hanno guadagnato 275 punti e 17 volte hanno superato il girone. Questi numeri testimoniano come la “redistribuzione” economica ventilata da Platini come una delle ragioni centrali della riforma non si è concretizzata. I soldi ottenuti con il passaggio ai gironi non permettono ai club minori di rafforzarsi compiutamente.

La deriva oligarchica della Champions emerge anche da altri dati. Tra il 2000 e il 2015, in 16 edizioni, le quattro squadre più ricche d'Europa hanno alzato al cielo la Coppa 10 volte. Barcellona e Real Madrid, rispettivamente quattro e tre volte a testa, il Bayern Monaco in due occasioni e il Manchester United una. Nelle precedenti 15 edizioni della Coppa dei campioni, dall'85 al '99, l'albo d'oro è stato molto più variegato con 12 squadre che hanno trionfato.

Nelle ultime cinque edizioni poi, fra il 2011 e il 2016, hanno raggiunto le semifinali solo 8 club. Due hanno fatto l'en plein partecipando alle Final Four tutti gli anni: Bayern e Real. Il Barcellona è arrivato in semifinale in tre edizioni su cinque, il Chelsea e l'Atletico Madrid due volte. Infine, sono approdati a questa fase una sola volta il Borussia Dortmund, la Juventus e quest'anno il Manchester City. Per essere tra le quattro regine Uefa occorre in media un fatturato di quasi 320 milioni in modo da permettersi un organico da 240 milioni tra ingaggi e ammortamenti dei cartellini. Il livello degli ingaggi mediamente corrisposto in questo quinquennio dagli 8 club semifinalisti è pari a 184 milioni e gli ammortamenti arrivano a quota 55 milioni. Medie che vengono falsate dal grande “intruso” di queste ultime edizioni, l'Atletico Madrid di Simeone, capace di giungere addirittura due volte in finale con una media di ricavi di appena 130 milioni, ingaggi medi di poco superiori agli 80 milioni e ammortamenti per 25.

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