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Dossier Real-Atletico, nel derby dei fatturati non c’è partita

    Dossier | N. 13 articoliChampions League, la finale di Milano

    Real-Atletico, nel derby dei fatturati non c’è partita

    Lo Stadio Meazza di Milano ospita la venticinquesima finale della Champions League (da quando la massima competizione continentale ha mutato formula rispetto alla classica Coppa dei Campioni).
    A San Siro si sfidano le due squadre di Madrid, Real e Atletico. Una rivincita del derby spagnolo dell'edizione 2014 quando a Lisbona i Blancos hanno battuto i Colchoneros per 4 a 1 dopo i tempi supplementari.

    Una sfida impari
    Un epilogo bugiardo rispetto a quello che allora si vide in campo, con l'Atletico di Diego Simeone in vantaggio fino a pochi secondi dalla fine, ma “scontato” alla luce della potenza di fuoco economica dei due team. Quella tra Real e Atletico appare infatti come una battaglia impari sul piano finanziario con un gap di introiti di oltre 400 milioni di euro. La Casa Blanca è il club sportivo con i maggiori ricavi al mondo, con un fatturato che al 30 giugno 2015 ha toccato la quota record di 660 milioni di euro (incluse le plusvalenze da calciomercato), in aumento del 9,4% rispetto al bilancio precedente, pur chiuso al termine della storica stagione 2013/14 della Decima vittoria in Champions.

    Il club presieduto da Florentino Perez ha realizzato un utile di 42 milioni, incassando dallo stadio 151,5 milioni (incluse le quote sociali), dai diritti tv 163,5milioni e dall'area commerciale 211 milioni. Mentre la partecipazione alla Champions, lo scorso anno, ha prodotto entrate per 50 milioni. Grazie a questo impressionante livello di ricavi le Merengues possono permettersi una rosa da quasi 300 milioni: il costo del personale per calciatori e staff tecnico della prima squadra è stao pari nel 2015 a 217,6 milioni, cui vanno aggiunti oltre 100 milioni di ammortamenti per i cartellini.

    L’INDOTTO NEL CONFRONTO TRA I DUE EVENTI
    Dati in milioni di euro. (Fonte: Camera di Commercio Monza e Brianza)

    Anche per l'Atletico Madrid il 2015 è stato un anno record, con un fatturato salito a 175 milioni (era di 100 milioni solo cinque anni fa), cui si sommano 32 milioni di plusvalenze e un utile finale di circa 13 milioni. I Colchoneros hanno ottenuto 41,7 milioni dalle televisioni, appena 35 milioni dall'area commerciale e 34 dallo stadio grazie al record del numero dei soci (78.097) tra abbonati e non. Altri 50 milioni sono derivati dalla partecipazione alla Champions 2015 (quanto l'Atletico è uscito ai quarti per mano sempre dei “cugini” del Real). L'organico dei biancorossi costa perciò 140 milioni (105 di ingaggi e 35 di ammortamenti), poco meno della metà dei Blancos. E se il rinnovo del contratto con Nike fino alla stagione 2025/26, garantisce all'Atletico bonus minimi per 92 milioni di euro, il Real sta discutendo con Adidas un rinnovo astronomico dell'accordo che scade nel 2020. Secondo i rumors più accreditati lamultinazionale tedesca avrebbe messo sul tavolo un'offerta di 1,4 miliardi di euro per dieci anni (140 milioni all'anno) contro gli attuali 32 milioni. Non è un caso se nell'ultima classifica Forbes il valore stimato del Real è quasi sei volte maggiore di quello dell'Atletico (3,6 miliardi dollari contro 633 milioni).

    Il miracolo Atletico
    Quello dell'Atletico, insomma, è una sorta di miracolo sportivo. Ma il rendimento elevato del team allenato da Simeone racconta solo una parte della storia. Sull'altra sponda del Manzanarre nelle ultime stagioni è andato in scena un esperimento calcistico-finanzario, non esente da criticità, ma che ha rappresentato una delle poche alternative all'oligopolio che si è andato creando per diverse ragioni (tra cui l'applicazione asimmetrica del Financial fair play) nel sistema europeo (si veda l'analisi a fianco).

    L'Atletico è riuscito a risalire la china (con il fardello di un debito con il Fisco di oltre 150 milioni ora dimezzato) e ad essere competitivo, vincendo il campionato spagnolo nel 2014, potendo schierare giocatori acquistati con l'aiuto di fondi di investimento (primo fra tutti il Doyen Sport) che in cambio di una quota di proprietà del cartellino (le cosiddette Tpo, third-party ownership) e della possibilità di lucrare sulla eventuale futura plusvalenza hanno finanziato il club (lo stesso è accaduto per Porto, Siviglia e Benfica). La Fifa ha bandito le Tpo a partire dal 1° maggio 2015 perché intorno ai fondi si addensano le nubi del riciclaggio di denaro sporco, delle combine e della “tratta” dei giovani e giovanissimi calciatori. Ma i Colchoneros hanno già modificato il proprio modello di business puntando su un nuovo stadio da 68mila spettatori e un nuovo centro tecnico per formare giovani da valorizzare. In questi giorni inoltre il club madrileno ha concluso la trattativa per rilevare il 35% del Lens, club francese militante in Ligue 2 di proprietà di Hafiz Mammadov, imprenditore azero con cui l'Atletico Madrid ha forti legami da tempo. Mammadov è un piccolo azionista del club biancorosso, nonché l'uomo che ha portato all'Atletico lo sponsor “Azerbaijan-Land of fire”, patrocinato dall'ente del turismo azero.

    Tutto questo grazie a un'alleanza strategica: nel gennaio 2015 il multimilionario cinese Wang Jianlin, proprietario del gigante Dalian Wanda Group, ha rilevato il 20% del capitale per 45 milioni (la maggioranza del club resta nelle mani di Miguel Ángel Gil Marín, che ha il 48,8% e di Enrique Cerezo Torres che detiente il 17,9%). Wanda, sponsor della Fifa e proprietaria anche di Infront, ha poi girato al club spagnolo 15 milioni come contributo volontario finalizzato al potenziamento dell'Academia, acquistando i naming rights della Ciudad Deportiva in cui saranno preparati anche i futuri campioni cinesi.

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