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La lode (inaspettata) alle imprese e il nuovo esame per le banche

l’editoriale

La lode (inaspettata) alle imprese e il nuovo esame per le banche

(Ansa)
(Ansa)

La sorpresa più significativa riguarda l’esplicito riconoscimento alla vitalità di pezzi rilevanti del made in Italy. Sono più di quanto si pensi le imprese che innovano e investono in tecnologia, manifatturiere e di servizi, e la riprova viene dalla crescita delle esportazioni in una misura superiore a quella della domanda potenziale, proveniente dai mercati di sbocco. Parola di Ignazio Visco. Per chi ricorda le arcigne e ripetute reprimende della Banca d’Italia a un sistema imprenditoriale strutturalmente chiuso, con forti tentazioni corporative, forse, è la presa d’atto che non sempre le statistiche colgono l’essenza delle cose. Per un giornale come Il Sole 24 Ore che ha promosso il “Viaggio nell’Italia che innova” con lo scopo manifesto di sfatare il luogo comune che le imprese italiane non fanno innovazione, è una piccola-grande soddisfazione.

Il sistema di medie imprese italiane, poco meno di 400 aziende tra 0,5 e 10 miliardi di fatturato, una rete imponente di micro-imprese che ruota intorno ai player energetici, di telecomunicazioni e trasporti, alle multinazionali tascabili e alle filiere-chiave di quell’unicum fatto di meccanica di precisione e strumentale, farmaceutico-chimico e martoriato acciaio, arredo-moda, agro-alimentare e molto altro, investono, eccome se investono, in innovazione. Magari non risulta perché non c’è un vero credito d’imposta che incentivi la comunicazione puntuale della spesa in ricerca e quella stessa spesa finisce per essere indicata in bilancio tra i costi generali, ma la sostanza per la parte più sana di questo sistema è che non ha mai smesso di fare innovazione. Altrimenti non si spiegherebbero i primati globali in termini di esportazioni e di brevetti.

Il punto dirimente, e qui la sintonia tra la relazione del governatore della Banca d’Italia Visco e quella del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, di giovedì scorso appare totale, è fare in modo che le piccole imprese crescano dimensionalmente, escano dal “monopolio bancario” del credito per entrare nel mercato dei capitali, acquisiscano la soglia necessaria perché la rete tra medio-grandi e piccole valorizzi nel mondo il capitale comune di innovazione. Nella consapevolezza che questo unicum manifatturiero e di servizi è il capitale più importante che il Paese ha e costituisce l’unica speranza per rendere concreta la prospettiva, ancora complicata, di tornare a dare occasioni qualificate di occupazione ai nostri giovani. Il futuro, checché se ne dica, passa da qui.

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Cogliere le opportunità offerte dalla politica monetaria, per aumentare la qualità delle riforme strutturali italiane, favorire il recupero di produttività, creare maggiori e migliori opportunità di lavoro. Uscire dallo “sguardo limitato” e rompere le “autarchie economiche” in Europa. Si deve, e si può fare di più. In casa e fuori. Questo è il secondo, duplice messaggio, della relazione che si rivolge alla classe dirigente italiana e, ancora con maggiore forza, a quella europea. Vale qui ciò che abbiamo detto appena qualche giorno fa. Dobbiamo recuperare la capacità, tutti ma proprio tutti, di fare le cose difficili.

Non è vero che non è stato fatto niente in casa, il punto è che non è sufficiente perché si deve percepire, alla prova dei fatti, che la pubblica amministrazione è cambiata, che i tempi già ridotti della giustizia civile raggiungano gli standard minimi necessari per competere alla pari in un’arena globale sempre più agguerrita, bisogna rendere sistemica la riduzione dei prelievi fiscali e contributivi incidendo in modo oculato, efficace, sulle aree di spesa pubblica improduttiva, occorre aprire i mercati con regole certe e trasparenti e assicurarsi che ci sia chi queste regole le faccia rispettare.

Così come aveva sostenuto il presidente della Confindustria Boccia (editore di questo giornale) nella sua assemblea di insediamento, il governatore Visco ha posto il tema cruciale della produttività. Non può sfuggire a nessuno che su questo dato incide la capacità di legare i salari sempre più a criteri effettivamente meritocratici e, allo stesso tempo, di abbassare il peso dei fardelli fiscali e contributivi proprio per riuscire a dare più lavoro e più salario. Un contributo determinante, però, per migliorare la produttività, può, anzi deve, arrivare da un “ambiente” che torni ad essere competitivo: recuperare, cioè, un’apprezzabile quantità e qualità di investimenti, estirpando la mala pianta della corruzione e della illegalità e incidendo sui gangli vitali della pubblica amministrazione e della giustizia, incentivare fiscalmente la ricerca e investire nelle università, anche qui dentro un quadro sistemico.

Fare in casa le cose difficili ci legittima a chiedere e ottenere dall’Europa che faccia l’Europa per davvero e onori gli impegni già assunti e dimenticati sotto la spinta di evidenti egoismi nazionali. Che cosa impedisce di varare la garanzia unica sui depositi che è l’altra gamba di quella Unione bancaria che, più di tutto il resto, si è voluta, bail in compreso? Quanta miopia c’è nella ostinazione con la quale si continua a non voler mettere insieme i debiti pubblici nazionali e a far partire in contemporanea un piano europeo di investimenti che torni a dare slancio all’economia, recuperi le ragioni fondanti di solidarietà, e restituisca un futuro di benessere e di prosperità alla vecchia, cara Europa e, soprattutto, le permetta di tornare a parlare ai suoi giovani?

Quanta poca lungimiranza c’è in chi ostacola il disegno di un’Europa federale che metta in comune difesa e politiche di bilancio e, soprattutto, recuperi un cuore e un’anima attraverso una politica economica espansiva finalmente europea e finalmente coerente con l’azione monetaria della Bce? Nel riferimento esplicito del Governatore al Manifesto di Ventotene e ad Altiero Spinelli si sono sentite la passione e la cifra morale dei Fondatori, penso a De Gasperi, Adenauer, Schuman, e si colgono la consapevolezza e l’urgenza di tornare a fare sognare i cittadini europei, soprattutto quelli del Sud, usciti stremati da una crisi prima finanziaria e poi dei debiti sovrani più lunga e pesante di quella degli anni Trenta.

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Sulla questione banche e sui recenti scandali, come ovvio, Bankitalia ha difeso il suo operato e ha rivendicato puntigliosamente la soluzione delle crisi di 125 intermediari di cui 56 negli ultimi sette anni e, soprattutto, ha chiarito che, salvo limitate eccezioni, le notizie in possesso della banca d’Italia in materia di vigilanza sono coperte dal segreto d’ufficio (traduco: arrivano nei casi più gravi in Procura non all'opinione pubblica) anche per evitare «effetti destabilizzanti con gravi danni per la collettività». Soprattutto sulle quattro banche poste in risoluzione (Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti) per le quali il governatore ha fatto esplicito riferimento alla testimonianza resa in Senato ci si poteva, forse, attendere qualcosa di più se non altro per evitare che si perpetuino dubbi e sospetti.

C’è, però, un passaggio della relazione sulle quattro banche che merita di essere segnalato: «Rappresentavano complessivamente l’1% delle attività di sistema: le ripercussioni del loro dissesto confermano come anche nel caso di intermediari di piccola dimensione, la perdita di fiducia da parte del pubblico possa propagarsi velocemente e rischiare di generare effetti sistemici permanenti». Se tanto mi dà tanto, è facile comprendere quanto sia importante che arrivino in porto gli aumenti di capitale in corso e che il Fondo Atlante svolga il suo ruolo con tutte le risorse necessarie. Nella crisi bancaria italiana c’è il conto della recessione che ha falcidiato un quarto della produzione industriale e ha fatto svanire dieci punti di pil ma a tutto ciò «in non pochi casi» si sono sommati «comportamenti imprudenti e a volte fraudolenti» da parte di amministratori e dirigenti.

Anche questo giudizio, molto duro, del Governatore ci convince sempre di più che, per chi ha sbagliato, e questo giornale lo ha denunciato in tempi non sospetti, occorre la durezza di pene esemplari, proprio perché errori e ruberie di singoli non arrivino a compromettere la fiducia su un sistema complessivamente sano che si deve preparare a un cambio di mentalità. Non spaventa più di tanto la gestione delle sofferenze perché ci sono garanzie reali importanti e si stanno affinando gli strumenti operativi, ma soprattutto perché siamo a un punto di svolta, insomma, non aumentano più. Quello che, però, serve sono intermediari finanziari con una testa nuova (intanto più fusioni) che sappiano tornare a fare utili anche con i tassi a zero e sappiano aiutare le imprese italiane a superare l’esame dimensionale per i più piccoli e gli altri a riunirsi e a riorganizzarsi su scala globale intorno ai primati e alle eccellenze che ci sono. A ben pensarci, non sappiamo se il nuovo esame per le banche italiane sia più o meno impegnativo di quello con cui hanno dovuto fare i conti negli anni della grande crisi.

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