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Il senso della condivisione

L'Analisi|l'analisi

Il senso della condivisione

  • –di Paolo Pombeni

Le celebrazioni delle feste nazionali sono sempre occasioni difficili per le istituzioni, perché sono il momento in cui devono entrare in sintonia con i cittadini nella maniera più profonda possibile.
Impresa non facile, visto che si devono evitare sia le retoriche d’occasione (che ormai non convincono più nessuno) sia lo scadimento nel sostegno al cinismo del «nulla ormai ha più significato». Per un lungo periodo, dal 1977 al 2001, con il pudico riferimento al contenimento delle spese, si era preferito soprassedere: erano, almeno nel primo decennio, anni difficili con un terrorismo interno ancora capace di colpire, poi venne un certo rilassamento della tensione politica nella vaga ricerca di nuovi equilibri, infine con Tangentopoli il tramonto triste e tragico della prima repubblica.

Carlo Azeglio Ciampi, nel suo impegno a promuovere una nuova pedagogia nazionale, volle la ripresa di quella celebrazione, nel segno di un ritrovato orgoglio nazionale. Dopo il 25 aprile che ricordava la fine della guerra e la riconquista della libertà con il contributo fattivo di gran parte del popolo italiano, era giusto ricordare quel passaggio che aveva trasformato quella riconquista in una istituzione stabile e condivisa. Il significato profondo del 2 giugno 1946 andrebbe sempre spiegato in quest’ottica: allora fu deciso che il popolo riprendesse direttamente in mano il suo destino politico, sia scegliendo quale «forma» dovesse assumere la rinnovata democrazia, sia scegliendo le persone a cui affidare il compito di scrivere la Carta che quella forma doveva consacrare.

Non è certo semplice spiegare ad un’opinione pubblica percorsa da veleni di cinismo, spesso poco convinta della forza che il nostro paese può esprimere, quanto il «patto che unisce», per riprendere la formula canonica spesso invocata da Napolitano e ieri ripresa da Mattarella, sia qualcosa di più della registrazione di una serie di formule giuridiche pur belle e importanti.

Da un certo punto di vista manchiamo di ritualità appropriate. Siamo ovviamente legati alla parata militare, che non è per nulla l’esibizione della «potenza» che può dispiegare un paese, ma che nella sua origine voleva esprimere il momento supremo a cui un cittadino poteva essere chiamato per amore della sua terra: quello in cui le metteva a disposizione la sua stessa vita per difenderla. Oggi, sebbene abbiamo perduto la valenza «maschilista» che comportava il servizio armato alla nazione, perché anche le donne vi concorrono direttamente, quei significati che abbiamo richiamato non si percepiscono più d’intuito.

Il presidente Mattarella si è dovuto misurare con questo contesto certo non facile da gestire, tanto più che è venuto a cadere alla vigilia di una competizione elettorale per le amministrative che si sta rivelando al tempo stesso ricca di veleni politici e afflitta da un largo disinteresse da parte di ampi strati della popolazione. In più si è sommato l’avvio della campagna per il referendum sulle riforme costituzionali, anche questo tema più che sensibile con il fiorire di polemiche che insinuano tradimenti della Costituzione, cioè che cercano di mettere
il dibattito su un terreno sdrucciolevole in cui si vorrebbe attirare giocoforza
il Presidente della Repubblica che della Carta è il
supremo garante.

Mattarella ha mostrato, una volta di più, il suo sangue freddo in materia politica. Ha dato il massimo risalto cerimoniale e rievocativo alla cerimonia, ma non ha concesso nulla a nessuna delle retoriche che si contendono i favori dell’opinione pubblica. Più che con esternazioni che potevano venire male interpretate, è intervenuto sobriamente: da un lato con interventi rivolti per diversi canali all’opinione pubblica in generale in cui evitava pronunciamenti per così dire «ex cathedra»; dall’altro lato con un messaggio alle Forze Armate in cui ribadiva la centralità della scelta democratica di allora, fatta una volta per tutte, e in cui lodava la sobrietà di tutta la cerimonia.

La frase pronunciata e lasciata rilanciare, per cui non si deve chiedere al Presidente di agire fuori di quanto la Costituzione gli prescrive, è quanto mai sintomatica. Senza citare alcuna delle diatribe che le diverse parti (che a volte sono vere fazioni) mettono in campo, richiamava implicitamente al fatto che quando si chiede al popolo di esprimersi si deve poi rispettarne il verdetto e si dovrebbe concorrere non a manipolarlo, ma a favorirne la maturità. Ed è il rispetto di questa funzione costituzionale ciò che si può chiedere all’inquilino del Quirinale.

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