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Dossier L'ItalConte o l'elogio della follia

Dossier | N. 34 articoliEuropei di calcio Francia 2016

L'ItalConte o l'elogio della follia

“Fare l'ordinario non basterà. Dobbiamo tirare fuori qualcosa di grande che abbiamo dentro di noi, che so che abbiamo dentro, per fare qualcosa di straordinario. E sono sicuro che questi ragazzi questa impresa possono farla”.
Non è un allenatore, un motivatore, uno psicologo: l'Antonio Conte che arringa folla e popolo a poche ora dall'incrocio con le Furie Rosse veste i panni del condottiero, del Braveheart tricolore. Serve soffiare coraggio e fuoco nei cuori e nelle gambe, per sperare di matare i vincitutto, padrini di trofei continentali e mondiali per nazionali e per club.

Al netto della pur esaltante retorica da duello finale, ancor più interessante è il piano tattico che il ct ha ieri fatto intravedere: vero infatti che a guardare l'undici di Del Bosque viene la tentazione di scavare trincee davanti a porta e area di rigore; ma a scorrere la stessa formazione, Conte immagina un'Italia capace, con i suoi guastatori (vedi ad esempio Florenzi e Giaccherini) di compiere imboscate nelle retrovie nemiche, allungare le linee di collegamento avversarie, trasformare il centrocampo in una palude in cui si ammasseranno fango, sudore, sacrificio, tacchetti, imprecazioni, ammonizioni: insomma il terreno ideale per esaltare lo spirito di corpo e l'orgoglio della sua sporca dozzina, dei suoi “Bastardi (con) la gloria.

In questo impasto di follia, determinazione, cuoio e sudore, spicca un talento puro come una perla rara, che sull'asse Italia-Spagna, cioè Torino-Madrid, ha finora costruito la parte iniziale di una carriera che è impossibile non immaginare ancor più ricca di trofei e onori. Alvaro Morata si è da poco rivestito di bianco, dopo le due intense stagioni bianconere: stasera per lui contro i suoi ex compagni di squadra c'è il primo vero esame di maturità, la prima partita spartiacque della carriera. “È vero - confessa - è la gara più importante, ma non sento la pressione, e i compagni mi hanno aiutato a stare tranquillo. In fondo è solo calcio...”. Ha ragione, Alvaro, che nasconde però a se stesso e a chi lo ascolta che per novanta minuti (e forse anche di più...) il roteare di quel cuoio su quel prato diventa, per magia, “la cosa più importante delle cose inutili”. Una consapevolezza che scuote i cuori e fa tremare le gambe dei pavidi, rinsalda gli animi di coloro che invece dalla storia vogliono uscire per entrare nella leggenda. L'erba di St. Denis sarà dalle 18 per alcuni il morbido sentiero che indica la gloria, per altri il vischio scivolo che allontana dal per sempre dal sogno.

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