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Facebook e l’esercito degli 11mila bot

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Facebook e l’esercito degli 11mila bot

Api.ai. è uno strumento di sviluppo per creare bot “leggendo” le conversazioni via chat e quindi attraverso il linguaggio naturale. Traducono quello diciamo per renderlo comprensibile ed estrarre risposte da grandi database. Loro sono l'azienda che nel 2010 ha lanciato assistant.ai, un assistente vocale che oggi ha 20 milioni di abbonati. Un anno prima della comparsa di Siri. E grazie all'accordo con Slack, una piattaforma per la comunicazione tra gruppi di lavoro piuttosto nota non più solo tra gli addetti ai lavori sono la dimostrazione che l'”era” dei bot (o dei chatbot) sta finalmente assumendo contorni più chiari.

La promessa è chiara a tutti. Attraverso lo studio di conversazioni e modelli di dialogo, i bot si qualificheranno sempre di più per anticipare meglio i desideri dei clienti (forse anche prima che il cliente ne sia a conoscenza). E con strumenti di apprendimento automatico contribuiranno a sostituire algoritmi realizzati ad hoc con i modelli che vengono generati statisticamente. Significa, per essere un po' materiali, oltre a una nuova generazione di servizi anche ridurre il numero di persone che scrivono codice.

Lo stato dell'arte però è un po' diverso. Gli attuali bot, quelli più pop, di intelligenza ne hanno ancora pochina. Anche perché sono in fase di auto-apprendimento. Chi ci lavora, lo fa sottotraccia. Ed è anche giusto così. David Marcus, Messenger chief di Facebook, per la prima volta ha scoperto le carte snocciolando qualche numero. In tre mesi sono stati realizzati 11mila bot. Grazie al contributo di 23mila sviluppatori che hanno utilizzato i tool di Wit.ai, la startup acquisita nel 2015 e specializzata in strumenti di learning machine.

La reazione di programmatori ricorda quella dei tempi d'oro delle app. Eppure, i due mondi hanno leggi di gravità lontane sia in termini di mercato che di sviluppo. A partire dai tempi di risposta ancora troppo lunghi.

L'immagine inquietante di una intelligenza nelle nostre chat tesa a tradurre in comportamenti commerciali le nostre abitudine sembra insomma un futuro non lontano. Ma neppure così vicino.

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