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Partecipate, ultima chance per superare il socialismo municipale

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Partecipate, ultima chance per superare il socialismo municipale

Come tutti gli slogan, anche quello che punta a passare “da ottomila a mille” società pubbliche va letto come indirizzo politico e non va preso alla lettera, anche perché oggi le partecipate sono circa 10mila e 1.200 di queste sono attive in servizi pubblici essenziali, possono essere aggregate o privatizzate ma non certo cancellate. Questi due numeri, in ogni caso, indicano che i margini per fare pulizia sono molto ampi, e che esiste una rete fittissima di società strumentali o di aziende attive in settori di mercato (dal commercio alle assicurazioni) da cui è bene che la mano pubblica si ritiri al più presto.

Se questo è il quadro, va dato atto al governo di aver tenuto il punto su due aspetti cruciali della riforma: l’indicazione rigida per legge dei parametri di dimensione, fatturato e risultati da raggiungere per evitare gli obblighi di alienazione, e un calendario stretto che impone di procedere in sei mesi sia al piano straordinario di razionalizzazione sia alla revisione degli organici nelle società controllate dalla pubblica amministrazione. Certo, qualche smottamento nei criteri c’è stato, il fatturato minimo viene dimezzato da un milione a 500mila euro, ma si tratta tutto sommato di dettagli che in qualche caso possono anche evitare inutili effetti collaterali. Gli ambiti di attività possibili e i criteri da rispettare per mantenere le partecipazioni rimangono fissati dalla legge, i margini di autonomia alle amministrazioni sono lasciati solo per aggiungere interventi ulteriori di razionalizzazione, e non per aggirare gli obblighi, e in caso di mancata adozione dei piani sono previste sanzioni potenzialmente pesanti. In generale, insomma, il meccanismo sembra girare, e può condurre a qualche risultato significativo.

Una certa fermezza si incontra anche sulle regole dedicate alle diffuse patologie delle partecipate, perché il testo conferma che anche alle società pubbliche si applicheranno le regole ordinarie su fallimento e crisi d’impresa, e prevede una competenza abbastanza ampia della Corte dei conti per perseguire le responsabilità di politici locali e manager delle società.

È presto, però, per correre a conclusioni. Lasciato passare qualche giorno di polemiche inevitabili fra chi voleva di più e chi invece giudica troppo rigide le nuove norme, arriverà per la riforma il “tempo ordinario”, lontano dal dibattito pubblico ma al centro del l’agenda degli uffici. La sfida vera si gioca lì, e non saranno poche le resistenze più o meno nascoste da parte degli enti locali proprietari e dei sindacati. A Governo e Corte dei conti spetta il compito di combatterle, ma anche di garantire una transizione ordinata soprattutto sul tema delicato del personale, che unisce giustificati allarmi sociali e difese corporative e strumentali. Il rischio, altrimenti, è quello di fare l’ennesimo buco nell’acqua, che dopo quello già prodotto dal governo Monti sulle società strumentali e del piano Cottarelli sostanzialmente “espulso” dalla manovra 2014 finirebbe per minare del tutto la credibilità della stessa ipotesi di riforma del settore.

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