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Come fare il «check-up» al proprio portafoglio di azioni e bond…

BUSSOLA DEL RISPARMIO

Come fare il «check-up» al proprio portafoglio di azioni e bond bancari

(Marka)
(Marka)

Il 2016 si candida ad essere «l’anno d’oro per l’oro» e l’anno nero per le banche. È questo al momento il verdetto dei mercati: da gennaio il metallo giallo ha guadagnato il 25% e le banche europee hanno perso in media il 27%. Ancora peggio hanno fatto le banche italiane (-51%), da vari analisti considerate l’anello debole dell’area euro. Questa fotografia riflette le preoccupazioni degli investitori sulla ripresa dell’economia globale (e questo spiega la corsa all’oro) e sulla possibilità che le banche europee possano ritornare a fare utili in uno scenario economico che resta, per stessa ammissione della Banca centrale europea, fragile con una crescita esposta a nuove revisioni al ribasso. Scenario che ha contribuito a far gonfiare la voce sofferenze nei bilanci bancari. Il quadro è questo.

Come deve comportarsi un risparmiatore/investitore che in questo momento ha una quota del proprio portafoglio esposta all’andamento del comparto bancario europeo e/o italiano (vuoi direttamente attraverso azioni oppure attraverso bond emessi dagli istituti di credito)? La domanda, ovviamente, ha ragion d’essere anche per chi inizia a valutare l’ipotesi di “entrare” nel settore adesso, considerati i forti ribassi già incamerati e prezzi decisamente più bassi rispetto a quelli di appena sette mesi fa.

Per rispondere bisogna analizzare pro e contro. Gli aspetti positivi sono (almeno) due: le banche europee hanno superato in modo brillante gli stress test (è stata sostanzialmente bocciata, nel senso che non avrebbe il capitale per fronteggiare lo scenario avverso ipotizzato dall’European banking authority, solo Banca Mps ma la notizia era già scontata dai mercati): le altre 50 banche analizzate hanno superato l’esame. La seconda notizia positiva è che ai livelli attuali gli investitori hanno già fortemente penalizzato le banche andando sicuramente a scontare uno scenario futuro peggiore di quello attuale. Rispetto ai minimi dell’anno toccati nei giorni successivi alla Brexit, le quotazioni degli istituti viaggiano l’8% più in alto ma restano del 27% più basse (quelle europee) e del 50% (quelle italiane) rispetto a inizio anno. Sono quindi a sconto? E qui iniziano i contro. Il primo elemento negativo che pesa sul comparto è l’attuale difficoltà degli operatori a valutare i fondamentali delle banche. Questo perché il modello di business tradizionale (ottenere un margine sui tassi nell’elargire prestiti a famiglie e imprese) è oggi profondamente compromesso dai tassi bassi.

L’appiattimento della curva dei rendimenti causato dalle politiche espansive delle banche centrali non consente agli istituti di chiedere tassi di interessi elevati in cambio dei prestiti. In sostanza, se un BTp a 10 anni rende l’1% le banche non possono prestare mutui al 5-6%. L’attività tradizionale è quindi messa a dura prova, oltre che dalla crisi economica, dalle stesse politiche espansive con cui la Banca centrale europea sta provando a rianimare l’economia (il cosiddetto quantitative easing). Non a caso le banche che nelle ultime trimestrali hanno esibito conti migliori lo hanno fatto grazie alle correlate attività finanziarie (profitti dal trading sui titoli e commissioni dal risparmio gestito). Questo rende molto complicato oggi valutare se il prezzo di mercato di una banca sia a sconto, equo o caro. Il multiplo preferito dagli analisti è il prezzo/patrimonio netto. Mette in confronto la valutazione effettuata dal mercato (prezzo di Borsa) con la valutazione espressa nel bilancio (patrimonio netto). In questo momento le banche italiane valgono in Borsa molto meno rispetto a quanto dicono i loro bilanci: in media 0,3 volte il patrimonio netto. Anche le banche europee valgono meno rispetto al bilancio ma più di quelle italiane, ovvero 0,6 volte il patrimonio netto. Secondo questa logica è corretto dire che le banche italiane siano più a sconto rispetto a quelle europee e quindi sarebbero da comprare? Non necessariamente.

C’è il timore, infatti, che il multiplo possa riflettere anche il ridimensionamento atteso del valore di bilancio, determinato dalla difficoltà futura a generare utili. Nella speranza, per i piccoli risparmiatori che hanno in questo momento investimenti in titoli bancari e ai quali in ogni caso probabilmente non conviene vendere nelle fasi di panico e di turbolenza, che questa profezia non si autoavveri. Per evitare lo scenario peggiore occorrerà che l’economia europea riparta e che i politici europei diano una risposta coordinata ed efficace su come affrontare il nodo dei crediti deteriorati e sulla creazione di un fondo di garanzia europeo sui depositi.

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