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Il bicchiere mezzo pieno dei tassi a zero per le banche

L'Analisi|L’analisi

Il bicchiere mezzo pieno dei tassi a zero per le banche

Se è vero che non tutti i mali vengono per nuocere, anche i tassi a zero - che rappresentano il male assoluto per i bilanci bancari - potrebbero trasformarsi in un’opportunità. O, quantomeno, potrebbero nuocere meno di quanto non facciano a prima vista. È vero che hanno eroso il margine d’interesse, cioè quella parte dei ricavi di ogni banca derivante dall’attività di erogazione del credito. Ma hanno anche prodotto un altro fenomeno, che le banche possono usare a proprio vantaggio: hanno lasciato i risparmiatori italiani orfani del loro investimento preferito, cioè i BoT. Questo offre agli istituti di credito l’opportunità unica di dirottare le famiglie italiane sul risparmio gestito e dunque di guadagnare in commissioni. Insomma: se da una parte tolgono margine d’interesse, dall’altra i tassi a zero aumentano i ricavi da commissioni. Quello che conta, dunque, è avere il giusto mix di attività: lo spartiacque tra vincitori e vinti, nella difficile era dei tassi a zero e della politica monetaria ultra-espansiva, sta nel modello di business. Nella diversificazione delle fonti di ricavi, così come hanno sottolineato il governatore Ignazio Visco e il ministro Pier Carlo Padoan in settimana.

Il caso di Intesa Sanpaolo è eclatante a riguardo. Nel secondo trimestre del 2016, per la prima volta, i suoi ricavi da commissioni (1.848 milioni di euro) hanno superato quelli da interessi (1.831 milioni). Ma anche altre banche, chi più chi meno, hanno aumentato questa voce. Il fenomeno, sebbene non omogeneo, è infatti generale. Secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore sulla banca dati Thomson Reuters, i ricavi da commissioni sono aumentati per le prime 12 banche italiane da un totale di 25,6 miliardi nel 2007 al record di 26,7 nel 2015. Ma il balzo maggiore c’è stato tra il 2012 (24 miliardi) e il 2015: quasi +11%. Ovvio che questo non compensa la perdita sul margine d’interesse derivante dall’attività di erogazione del credito: le stesse 12 banche (secondo S&P Capital IQ) sono scese su questa voce dai 93 miliardi del 2007 ai 48,7 del 2015. Ma, quantomeno, le commissioni hanno aiutato a ridurre l’ammanco. Chi è in grado di diversificare il modello di business, dunque, può bere quello che resta nel bicchiere mezzo vuoto dei tassi a zero. A chi non è in grado (anche a causa delle dismissioni) resta solo l’amaro in fondo al calice.

Considerando che le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria netta (escludendo gli immobili, secondo Bankitalia) di circa 4mila miliardi di euro, le banche del nostro Paese hanno un bacino considerevole da cui attingere per sostenere i ricavi. L’opportunità, rispetto ad altri Paesi che hanno una ricchezza privata più ridotta, c’è. Ma questo è virtuoso solo se a trarne un beneficio sono entrambe le parti: banche e famiglie. È necessario vigilare affinché gli istituti non usino i risparmiatori esclusivamente come «parco buoi» per sostenere i propri ricavi. Un conto è offrire buoni servizi con le giuste commissioni, altro conto è esagerare. A farne le spese, altrimenti, sarebbe l’asset più importante per le banche: la fiducia.

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