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Gli aiuti hanno bisogno di progetti

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Gli aiuti hanno bisogno di progetti

Esistono certezze che possono anche comportare dei rischi. Una di queste è il fatto che l’Italia è un paese pervicacemente irrazionale, incline a dividersi su tutto e, dunque, a farsi del male. Salvo poi, nell’emergenza, mettere in campo slanci, solidarietà e abilità senza pari. La mobilitazione a cui stiamo assistendo in questi giorni è l’ennesima dimostrazione di un immenso patrimonio valoriale.

La mobilitazione dei volontari e delle organizzazioni di protezione civile nelle zone dell’Italia centrale colpite dal terremoto, le mille iniziative di sostegno umanitario attivate dalla società civile e da comuni cittadini, l’impegno delle imprese e la generosità dei privati donatori testimoniano i valori (un tempo si sarebbe detto “un cuore grande così”) di cui siamo ancora depositari, a dispetto delle lacerazioni quotidianamente esibite.

Ma se questo è il nostro tesoro, occorre fare in modo che non diventi anche il nostro alibi. Chi volesse pensare o sostenere che la pronta reazione, gli interventi immediati, le lodevoli raccolte fondi, i finanziamenti pubblici rappresentino già una modalità di ricostruzione sarebbe destinato a scontrarsi contro una realtà ben più amara, che ci è stata consegnata dai passati terremoti e dalle infinite calamità che hanno colpito il nostro territorio.

«Il ciclo di vita di un disastro immane come un terremoto – afferma Roberto Museo, direttore di CSVnet, il coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato – prevede, dopo l’emergenza, altre tre fasi via via più lunghe: il recupero di ciò che può essere rimesso in piedi, la ricostruzione in vista di una riutilizzazione funzionale e l’implementazione di strategie di resilienza. Avendo ben chiaro un obiettivo: non abbandonare le persone e i luoghi colpiti dal sisma dopo un primo momento di visibilità».

È una diagnosi che merita attenzione, non solo perché CSVnet è la rete che sta coordinando, in stretto collegamento con l’autorità pubblica e la Protezione civile, le iniziative delle organizzazioni di volontariato su tutto il territorio nazionale, ma anche perché Roberto Museo è un aquilano, oggi 47enne, che nella notte di domenica 6 aprile 2009 sentì nella sua casa l’urlo della terra e uscì con la famiglia dall’edificio bombardato dalle scosse, e che ha aspettato 2.675 giorni prima di rimettere piede nello stesso luogo, nella propria abitazione integralmente ricostruita con criteri antisismici. «Siamo rientrati il 10 agosto scorso, con mia moglie e i tre figli, nella nostra nuova casa dentro L’Aquila ed è stata l’occasione per tornare a sorridere – racconta – ma lo stesso brivido della terra è tornato a risvegliarci martedì scorso alle 3.36, una coincidenza incredibile, facendoci rivivere una lunga notte di paura e di pensieri».

Alla luce anche della sua esperienza personale, quali sono dunque le strategie più corrette per intervenire nelle zone colpite? «La cosa principale – risponde Museo – è la presa in carico della sofferenza delle persone che in un minuto si vedono portare via tutta una vita. Occorre presidiare socialmente in modo organico il territorio, per capire come si sente la gente: il lutto non si sanerà mai completamente».

È questo, in particolare, il compito del volontariato: «In questa prima fase gli interventi della Protezione civile e delle nostre organizzazioni sono provvidenziali, ma poi, nel quotidiano e nel concreto, ci si troverà di fronte alle difficoltà di dover combattere contro il tempo e contro la burocrazia. Il rischio che va assolutamente evitato – conclude Museo – è che gli abitanti di Amatrice e del suo circondario, così come degli altri luoghi colpiti dal terremoto, non riescano a ritrovare le condizioni per ricostruire un futuro di lavoro, di affetti, di relazioni e per questo abbandonino la propria terra».

La cura dei beni relazionali è nel dna del Terzo settore italiano, ma non si può nutrire solo dello slancio dei volontari. Per questo la mobilitazione cui stiamo assistendo, e alla quale le cronache danno il giusto rilievo, va mantenuta nel tempo e trasferita sul piano progettuale e realizzativo. Anche il boom delle raccolte fondi andrà misurato sul terreno concreto dei risultati, in termini di capacità di essere presenti sui territori e di rafforzare la coesione sociale. Il grande cuore, insomma, ci ha ancora una volta confortati ma, se la ricostruzione è una maratona, oltre che velocisti dobbiamo diventare anche veri marciatori.

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