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Dossier Il triathlon azzurro scrive una delle più belle pagine

Dossier | N. 98 articoliOlimpiadi e Paralimpiadi di Rio 2016

Il triathlon azzurro scrive una delle più belle pagine

Una delle più belle pagine azzurre di questa Paralimpiade è stata scritta nel triathlon, all’esordio come disciplina paralimpica a Rio De Janeiro. Tre italiani in gara - Michele Ferrarin, Gianni Sasso e Giovanni Achenza - e due medaglie, argento e bronzo.

Il triathlon è di per sé una disciplina avvincente. Con tre sport diversi, in rapida successione. Nuoto, ciclismo, corsa. E i cambi, in fretta come matti, da una frazione all’altra, per non perdere secondi preziosi. Il paratriathlon - per chi lo ha visto - è ancora più appassionante, sia per l’aspetto sportivo che umano. Perché si scopre la forza di atleti che sono davvero «superhumans», come li chiamano gli inglesi. Altro che poveretti. Niente da compatire. Tanto da imparare piuttosto per la tenacia con cui queste persone affrontano lo sport e prendono a schiaffi le difficoltà che la vita un giorno gli ha messo davanti.

I tre azzurri hanno tre storie incredibili alle spalle. Pur avendo 15 -20anni di più in media dei loro coetanei si sono qualificati per la finale olimpica, se la sono giocata e hanno riportato a casa più di quanto non abbiano fatto i normodotati, che non hanno vinto niente. I risultati parlano. Il presidente del Cip, Luca Pancalli, all’ultimo Galà del Triathlon lo aveva detto senza troppi giri di parole: «Voi qui festeggiate gli Oscar del triathlon, ma l’unico italiano che quest’anno ha vinto qualcosa nelle gare internazionali è Michele Ferrarin», che nel 2015 aveva conquistato il Campionato mondiale di categoria, nella totale indifferenza dei media, anche quelli specializzati.

A Rio Ferrarin si è ripetuto salendo sul secondo gradino del podio. Un argento che vale quanto e più di una vittoria per quello che significa. Michele, 45 anni, nella vita di tutti giorni è Responsabile amministrativo di un grande gruppo della Gdo a Verona. Una decina di anni fa ha scoperto di avere una Atrofia muscolare spinale (Sma), malattia rara e progressiva che inesorabilmente continua ad andare avanti condizionando pesantemente le sue prestazioni e la sua vita quotidiana: il braccio sinistro impossibilitato a muoversi e i problemi che via via si sono spostati anche sulla gamba destra. Per questo l’argento vale molto di più di un secondo posto. Michele parte bene con il nuoto ma non dà tutto. Esce quarto dall’acqua. La strategia di gara, messa a punto con il c.t. Simone Biava, era di dare il massimo nella frazione in bici dove riesce meglio: nei 22 km, a 40km/h di media, passa in prima posizione e stacca gli altri di 1’30”. «Sapevo che non sarebbe bastato». Nella corsa inizia la sua gara più dura. Con la malattia e con quella gamba che non vuole andare più di così, prima ancora che con gli altri. Fine primo giro: Michele è ancora in testa. Secondo giro: poco prima dell’arrivo lo passa di slancio il forte inglese Andrew Lewis che corre verso l’Oro. Michele resiste, soffre, continua a tirar fuori le poche energie che da qualche parte ancora ha. Il forte marocchino, naturalizzato americano, Mohamed Lanha prima dell’arrivo cerca di superarlo. Michi non molla. Continua a sgranare il suo rosario di fatica, passo dopo passo. Quando arriva al traguardo lancia un urlo. E poi si getta a terra. Argento. Ha vinto. Ha vinto l’Oro per come è andata.

Dietro di lui, dopo un po’ arriva Gianni Sasso, il leone di Ischia. Gianni, 47 anni, ha perso una gamba da bambino in un incidente ma non la voglia di vivere e di lottare. Ha un moncone piccolo piccolo su cui attacca la protesi per correre. Al centro Inail di Budrio dove gli hanno sistemato la “gamba da corsa” erano stupiti di come riuscisse a correre: «Mai visto uno che corre con un moncherino così». Una tenacia che sfida le leggi della fisica. Ha fatto una grande gara, anche lui, racconta il tecnico federale Biava: «Un’ottima frazione di nuoto e anche in bici per portarsi avanti, per realizzare il suo obiettivo che era quello di arrivare nei primi dieci». È nono a fine gara. Il leone Sasso arriva saltellando sulla sua protesi in titanio e carbonio. Sprizza gioia da tutti i pori.

Dopo di loro parte la gara degli atleti in handbike. L’atleta italiano è Giovanni Achenza, 45 anni, sassarese, paraplegico dal 2003 dopo un incidente sul lavoro. I pronostici non lo danno tra i favoriti perché gareggia con persone che hanno una disabilità meno grave e davanti, appunto, ha 4-5 persone con disabilità minori della sua. Ma Achenza sta bene, è tiratissimo dopo i lunghi mesi di preparazione in altura ed è concentrato su quello che deve fare. Il suo coach lo sa e ci crede, ma non lo dice, la gara va come deve e lui arriva terzo, senza paura, dietro due armadi olandesi di vent’anni più giovani di lui con dei toraci e braccia enormi da energumeni. È terzo Giovanni. Arriva a braccia alzate, getta i guanti per la gioia. Si tocca il casco. Non ci crede ancora. Poi alza il braccio al cielo e si tocca il cuore. Le prime parole: «Non ci credo». e poi subito: Evviva la Sardegna!» sorridendo in mondovisione.

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