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Dossier L’attacco al debito esige crescita

Dossier | N. 33 articoliI rapporti Fondazione Hume

L’attacco al debito esige crescita

Non vi è dubbio che un debito pubblico che viaggia ben oltre la soglia del 130% del Pil, da finanziare con aste lorde annuali attorno ai 400 miliardi l’anno per una spesa in conto interessi che varia dai 70 agli 80 miliardi, esponga costantemente il nostro paese a rischi seri di instabilità. È l’elemento di maggiore vulnerabilità dei nostri conti pubblici. Debito per gran parte “sostenibile”, garantito da diversi “fattori rilevanti”, tra cui il livello del risparmio privato e le riforme messe in atto sul versante della previdenza. E, tuttavia, non per questo meno ingombrante, come non mancherà di rilevare la Commissione europea quando, tra breve, si troverà ad esaminare, prima, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (attesa per il 26 settembre) e, poi, la legge di bilancio vera e propria.
Dove stanno andando i nostri conti pubblici, si chiede il dossier della Fondazione David Hume per Il Sole 24 Ore, dedicato proprio al tema della “vulnerabilità” della finanza pubblica italiana? Se si esamina la traiettoria degli ultimi 15 anni, la velocità di crescita del debito pubblico «è risultata quasi sempre superiore alla velocità di crescita dei prezzi». Solo nel 2003, nel 2008 e qualche mese del 2011 il debito è cresciuto meno dell'inflazione.

La via maestra
Oggi, si potrebbe aggiungere, un po' di inflazione farebbe bene al nostro debito, che proprio a causa dell’attuale caduta dei prezzi (siamo in sostanziale deflazione), e dell'ulteriore contrazione del Pil rispetto a quanto previsto in primavera (il 2016 chiuderà nei dintorni dello 0,9% contro l’1,2% della precedente stima), non manterrà la promessa indicata negli stessi documenti programmatici di aprile: l’inizio, già a partire da quest’anno, della fase di discesa in rapporto al Pil dal 132,7% del 2015 al 132,4 per cento.
La via maestra – lo sottolinea anche il dossier – è agire sul denominatore. Già, ma a quale valore dovrebbe attestarsi il Pil per evitare che il debito continui ad aumentare e a pesare sul Pil nominale? È questo il vero problema, non il livello del debito in valore assoluto, che non può che crescere in presenza di un deficit annuale alimentato proprio dall’alto livello della spesa per interessi necessaria per finanziare il debito stesso. L’avanzo primario, vale a dire il saldo di bilancio al netto degli interessi, è variabile altrettanto fondamentale, una sorta di garanzia di sostenibilità dei conti pubblici nel medio periodo. Ma la vera svolta è un Pil in aumento e non dello “zero virgola”.

Nel dossier, sulla base di elaborazioni condotte su dati Istat e Banca d’Italia si mostra quale avrebbe dovuto essere il tasso di crescita del Pil nel periodo 2001-2016 per invertire la tendenza. Il tasso di “stabilizzazione” è indicato tra il 2 e il 3%. In poche parole, anche solo per bloccare il rapporto debito/pil al livello attuale, dovremmo crescere del 2,5%, mentre nel 2015 ci siamo fermati allo 0,8% e quest’anno chiuderemo al di sotto dell'1 per cento.
La vera incognita riguarda il 2017, anno decisivo per provare a spingere il pedale sulla crescita, a ritmi non più dello “zero virgola”. Al momento, il quadro previsionale in via di definizione proietta il Pil del prossimo anno poco sopra l’1%, ma si tratta di una stima che rischia di essere ottimistica. Da ultimo, con le previsioni diffuse giovedì,il Centro studi di Confindustria non si spinge oltre lo 0,5%, ma anche la Commissione europea, il Fmi e l’Ocse si accingono a rivedere al ribasso le stime del nostro Paese.

Le cose da fare
Pesa l’effetto del vistoso rallentamento dell’economia globale, aggravato dalla Brexit, che per noi è ancor più problematico, restringendo vistosamente gli spazi a disposizione per la prossima manovra di bilancio.
Occorre spingere con decisione in direzione del sostegno della domanda interna, ma al tempo stesso vanno disinnescate le “clausole di salvaguardia”, che pesano sui conti con il loro ingombrante fardello di aumenti di Iva e accise per oltre 15 miliardi, pronte a scattare dal prossimo anno. Si potrà certo invocare nuova flessibilità in sede europea, e dunque provare a spingere il deficit del 2017 oltre l’asticella dell’1,8%, fino al 2,3-2,4 per cento.
Al tempo stesso occorrerebbe mettere in campo una coraggiosa spending review per finanziare i tagli permanenti alla pressione fiscale. Un compito a dir poco impegnativo. Solo spingendo l’acceleratore al massimo sul denominatore, il Pil – sul punto c’è consenso pressoché unanime da parte di osservatori, istituzioni internazionali e mercati - si potrà avviare il percorso di graduale riduzione del debito. Una ripresa più vigorosa potrà stimolare i prezzi e avviare in tal modo una sorta di circolo virtuoso che dalla finanza pubblica si proietti all’economia reale.

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