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Addio a Gian Luigi Rondi, decano della critica

lutto nel cinema

Addio a Gian Luigi Rondi, decano della critica

Gian Luigi Rondi, morto ieri all’età di 95 anni (Space24)
Gian Luigi Rondi, morto ieri all’età di 95 anni (Space24)

Venticinquenne, nel lontano 1947 era passato dalla critica drammatica a cui era stato indirizzato da Silvio D'Amico a quella cinematografica. Non tanto per il fascino dello schermo, che pur avrà avuto un ruolo, quanto «perché al cinema si poteva andare a tutte le ore e nel buio della sala si poteva vedere senza essere visti». In questa sublime confessione è racchiusa la norma era di cui si è avvalso Gian Luigi Rondi durante tutta la sua lunga carriera: agire al riparo delle luci in una sorta di misurato understatement, restando però pronto alla chiamata del potere che a lui si è rivolto, bene o male, in tutte le stagioni politiche.

Garbato per cultura, moderato per istinto
Non si è direttori della Mostra, presidenti della Biennale, patron del David, o sovrintendere al Festival del cinema di Roma, per parlare solo delle cariche più prestigiose, senza aver dimostrato, come Rondi ha fatto con disinvoltura per un lunghissimo lasso di tempo, di saper essere sempre in linea con l'aria del tempo. Moderato per istinto, garbato per cultura, capace di svolgere opera di mediazione, a suo agio nei corridoi dei ministeri come nei palazzi del cinema, Rondi è stato una sorta di grande commis di stato andreottiano (nonostante il breve passato partigiano e la recente iscrizione al Pd) utile nei rapporti con i Paesi amici, ma ancor più con quelli ideologicamente distanti, capace alla fine della carriera di annoverare una impressionante lista di cavalierati, ordini e legioni.

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La sua erudizione, la sua origine familiare (non tutti i critici della sua generazione potevano vantare dei De Chirico nella propria collezione), la sua formazione cattolica gli permisero fin dai primi anni della sua carriera di critico di stringere amicizia e di frequentare molti registi di fama italiani (da Rossellini a De Sica) e stranieri (Bergman e Kurosawa), ma anche di attirarsi le antipatie di altri forse più intransigenti e, comunque, capaci di individuarne quella doppiezza che è tipica di chi svolge azione di diplomazia. Uno su tutti, il non riconciliato Pasolini che in versi gli rimproverò la sua «ipocrisia».

La puntuale dedizione
La critica cinematografica, a suo modo militante, resta però l'attività più importante, svolta da Gian Luigi Rondi con puntuale dedizione. Le sue ultime recensioni dedicate ai film di Kim Rossi Stuart e Gabriele Muccino confermano la perspicacia di chi, pur aderendo all’esistente (ossia alla debolezza del cinema italiano) senza ribellarvisi è in grado di analizzare immagini e parole con finezza e intelligenza. Più o meno le arti a cui ha ricorso ininterrottamente - dall’immediato dopoguerra a ieri - per redigere quelle recensioni mai memorabili, ma talvolta utili alla memoria, apparse senza soluzione di continuità sul Tempo e, recentemente, racchiuse sotto la formula di Visto dal Critico; il che lasciava intuire quanto il punto di vista critico dovesse intendersi quasi una visione privata, lontana da quella perentorietà dei tempi andati.
Quasi centenario, Gian Luigi Rondi, sopravvissuto a colleghi più battaglieri e incisivi, negli ultimi due anni ha pubblicato una serie di volumi ( lettere, interviste, appunti) destinati a essere parte della memoria del cinema italiano. L'estrema longevità gli ha permesso di avere l’ultima parola in molti dibattiti e querelle, i cui interlocutori erano scomparsi da tempo. Ma di questo non lo si potrà considerare responsabile.

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