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Elbaman: «You are the ironman»

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Elbaman: «You are the ironman»

Un atleta dell’Inuit triathlon appena passato il traguardo mi ha detto questa frase: «Quando arrivi in fondo a un Ironman lo speaker ti saluta con la frase: “You’re an Ironman”. Una frase di rito che significa però che ce l'hai fatta a realizzare il tuo sogno. Quando finisci l’Elbaman entri in un altro club, più esclusivo, per pochi: “You’re THE Ironman”». Perché l'Elbaman, come ha scritto il mio amico Antonio Ruzzo, è l'ironman tutto MAIUSCOLO. Una delle 10 gare di triathlon lunghe più dure al mondo. Con i canonici 3,8km di nuoto, 180 km in bici senza scia, e per giunta con quasi +3000 m di dislivello positivo, e i 42 km di corsa per concludere, per 6 lunghissimi interminabili giri, sul lungomare di Marina di Campo, Isola d’Elba, posto incantevole, il mare negli occhi e i rflessi delle luci sull’acqua, e tu a ogni passo sempre più pesante.

L'Elbaman per le sue salite e il sole che scotta fa paura. Non sono in molti quelli che si cimentano con questa gara di endurance. Quest’anno per l’edizione numero 12 di questa classica di fine estate c'ero anch'io. Eravamo 815 persone alla partenza, 500 per il mezzo e meno di 300 per la distanza lunga. Pochi arditi. Di questi sono arrivati sino in fondo, fino alla medaglia sul collo, 221 uomini e 16 donne. Io ero tra questi. Per me arrivare in fondo era la vittoria della mia personale scommessa sportiva dell’anno, da perfetto uomo qualunque prestato allo sport: portare a termine in un anno due triathlon, distanza ironman, a 50 anni e passa, incastrando la mia casuale preparazione tra lavoro, figli e i mille ingranaggi che la vita quotidiana non risparmia a nessuno. C’ero anch'io tra i partenti. E c’ero anch’io tra i pochi finisher all’arrivo, tra quelli che a notte fonda hanno tagliato il traguardo, alla fine di una giornata lunghissima che sarà impossibile dimenticare, come certe cicatrici che ti porti sulla pelle, o scritte nell’anima.


Ci ho messo un po' prima di riuscire a scrivere queste righe. Ho avuto bisogno di qualche giorno di stacco, di prendere le distanze dalla gara, di recuperare un po' di forze e rielaborare dentro – per così dire – ciò che ho vissuto.

Il mio corpo ha ancora i segni dell'Elbaman: ho un taglio dietro al collo di una decina di centimetri, il segno lasciato dallo sfregamento della muta nonostante la vasellina che, come tutti fanno, ho spalmato sulla pelle prima di partire, all’alba, alle 6 di mattina. Una ferita che mi ricorda – se ce ne fosse bisogno – quanto siamo fragili e, di converso, quanto è grande il significato di un’impresa del genere. Un superamento continuo dei propri limiti mentali e delle proprie forze fisiche.

Limiti e forze che all'Elbaman ho superato davvero come mai prima: subito dopo la gara ho notato, non mi era mai successo nelle precedenti esperienze sulla lunga distanza (Ironman Zurich 2014 e Challenge Venice 2016) che sotto la pelle del collo i miei linfonodi si sono gonfiati come nocciole. Mi sono preoccupato all'inizio. Poi mi hanno spiegato che è normale: è il corpo e il suo sistema immunitario che si attiva producendo una quantità superiore di globuli bianchi e di anticorpi per proteggere il fisico senza più difese. Dopo un po’ di giorni passa. E sta passando. Sento ancora i noduli sul collo. Segno che ero arrivato veramente al limite. Chiedendo troppo al mio corpo.

Per questo il tempo finale del mio Elbaman, che è la peggiore prestazione per me sulla distanza ironman, non dice tutta la verità. Non dice tutta la verità perché è vero che all'Elbaman non ho segnato la mia migliore prestazione, vuoi per le salite, vuoi per la difficoltà della gara, vuoi pure per la mia preparazione così così, ma essere arrivato in fondo per me è stata una vittoria vera. Perché dal secondo dei tre giri di bici in poi avrei voluto mollare. E mille e mille volte fino al tappeto rosso dell'arrivo ho pensato di ritirarmi. Il triathlon è una disciplina che non ti consente di mentire, devi dare tutto. E se non ne hai, c’è poco da fare. Puoi inventare scuse con te stesso, le più sopraffine, inventarti di stare poco bene, di aver crampi o mal di pancia. Io ho cercato di non mollare, ma non ne avevo più. E sono arrivato con la testa. Quindi sono felice, pieno di energie e di adrenalina per aver resistito alla tentazione di lasciar perdere e ritirarmi, che è sempre la scelta più facile davanti a prove del genere. I mie linfonodi grandi come nocciole raccontano che, nel mio piccolo, da persona qualunque e non da campione, ho compiuto davvero un'impresa per riuscire ad arrivare in fondo. Dopo 16 ore 30 minuti e passa di gara. La mia peggiore prestazione cronometrica a un ironman, dunque. Ma la mia migliore prestazione, per ciò ha significato per me e per quello che mi serbo nel cuore e nelle mente se provo a ripensarci.

Ringrazio tutte le persone che lungo la strada, in qualche modo, mi hanno dato una mano o un incoraggiamento per andare avanti e per non mollare. Franco Ceccanibbi,il Cecca, che faceva il 70.3, mio compagno di ventura al Challenge di Venezia, incontrato durante il secondo giro di bici, Alessio, fiero ciclista hipster made in Abruzzo, che mi ha aiutato non poco durante il terzo giro. E poi i ragazzi di Torino incontrati al campeggio: Mario, Fabrizio e soprattutto Alberto, per tutti Trip, il senatore che con quest’ultimo ne ha portati a casa 5 di Elbaman. Arrivato orgogliosamente all'arrivo, fino in fondo, orgogliosamente ultimo, poco prima di me, nonostante i guai per una caduta in mtb poche settimane prima. Trip che quando mancavano 7 km di corsa e io volevo mollare con le sue certezze granitiche mi ha aiutato non poco ad arrivare in fondo. E poi Claudia, la presidente degli Inuit di Pescara, che ho passato a pochi metri dal traguardo senza accorgermene (ero proprio cotto) e tutti gli altri atleti incontrati durante questo pazzesco viaggio alla Forrest Gump chiamato Elbaman.

P.s. C’era una speciale classifica per chi ha concluso i due lunghi di Venezia e dell’Elba, con una bella maglietta in premio con il logo THE DOUBLE. Io sono uno tra i circa 15-20 pazzi che ha avuto l’onore di indossare quella t-shirt. Nonostante tutto, all’indomani, mi hanno detto che ho rischiato di salire sul podio di categoria (sic): tra gli age group 50-55 - pensate - sono arrivato quarto, la medaglia di legno. Onore. E fatica. Tanta fatica.

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