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    Dossier | N. 221 articoliPiù start-up con il Sole

    «Il gap dell’ecosistema startup sono i volumi di investimento. Abbiamo bisogno di casi di successo»

    Gli investimenti in società innovative in Italia continuano a rappresentare una grande opportunità perchè esiste ancora un forte gap tra domanda imprenditoriale e offerta di capitale di rischio. L'analisi di Massimiliano Magrini, co-founder e Managing Partner di United Ventures, è lucida e rispecchia lo stato dell'arte del movimento startup della Penisola, che offre segnali di vivacità, con interessanti casi di successo ma che risulta ancora essere molto limitato nelle sue dimensioni. Fra le cause, secondo Magrini, c'è sicuramente una carenza di operatori di venture capital che possano vantare track-record di successo e parallelamente persiste (salvo casi isolati) la difficoltà di attirare capitali da investitori stranieri. La ricetta di United Ventures, in proposito, è chiara: l'ecosistema italiano può colmare il gap con quello dei Paesi guida se la crescita degli investimenti si sviluppa con logiche di venture finalizzate a garantire un concreto apporto di equity agli imprenditori più innovativi.
    Cosa manca all'ecosistema startup italiano per crescere ai livelli di quelli più importanti, Regno Unito in testa?
    C'è una forte dicotomia fra le potenzialità del sistema Italia e gli effettivi volumi di investimento rivolti alle aziende italiane, startup ovviamente in testa. E questa dicotomia va ovviamente superata.
    L'open innovation può essere una chiave?
    L'open innovation è un toolkit a disposizione di chi, nel panorama delle grandi imprese, vuole giocare all'attacco, avendo le risorse e le competenze per farlo. Se lo guardiamo nel suo complesso è sicuramente un fenomeno destinato a crescere, ma al momento di dimensioni limitate
    Il problema maggiore è nella carenza di venture capital o di nuove imprese innovative con un progetto e business plan adeguato?
    Una realtà come United Ventures valuta un migliaio di progetti l'anno e ne finanzia cinque o sei ed è un rapporto in linea con quello di altri Paesi. Il problema italiano sono i volumi mossi dai venture capital in termini di investimento alle startup, che sono di una grandezza almeno cinque volte inferiore a quelli dei Paesi guida. Serve capitalizzare e valorizzare l'intero sistema per renderlo ancora più attrattivo agli occhi degli investitori internazionali e per creare i presupposti per aumentare i volumi dei finanziamenti rivolti alle startup. Le due cose sono legate fra loro a filo doppio.
    Come si attiva questo circolo virtuoso?
    Abbiamo bisogno di casi di successo che fanno da volano. Il fintech è per esempio un settore molto effervescente perché il mondo finanziario ha bisogno di modelli innovativi per continuare ad evolvere e muovere la domanda. Ma non è l'unico. Molto interessanti sono, in prospettiva, il comparto del software di classe enterprise e delle soluzioni cloud e IoT, in quanto componenti fondamentali della trasformazione digitale e di Industry 4.0
    A quando il primo unicorno italiano?
    Forse non ce n'è bisogno, viste le dimensioni del mercato. È preferibile augurarsi una continuità di operazioni da 200/300 milioni di euro piuttosto che un deal miliardario una tantum e sporadico. Se avessimo entrambi, è ovvio, sarebbe perfetto.

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