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Dossier Una democrazia governata per pesare in Europa

Dossier | N. 118 articoliReferendum costituzionale

Una democrazia governata per pesare in Europa

(Fotogramma)
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Il dibattito pubblico sulla riforma costituzionale continua a mantenere una brutta piega. Ancora non si capisce cosa ci sia in gioco. Da un lato, si continua a parlare di politica e non di costituzione. I politici contrari alla riforma interpretano il referendum come un’anticipazione delle prossime elezioni parlamentari. Per loro, in gioco c’è il governo. Del progetto di riforma non parlano. Dopo tutto, come potrebbero criticarlo, dopo averlo sostenuto a lungo in Parlamento? Dall’altro lato, c’è un ceto intellettuale-mediatico che critica la riforma sulla base di frasi ad effetto. Una vera e propria fiera delle vanità. Per non parlare poi dei professori che, quando non lanciano allarmi sulla dittatura che avanza, propongono (ognuno) il proprio distinto modellino costituzionale. Sembra quasi che, il 4 dicembre, si dovrà scegliere tra la riforma approvata dal Parlamento e l’uno o l’altro dei progetti elaborati dall’uno o dall’altro degli esperti scesi in campo. No, le cose non possono andare avanti così. A prescindere dal risultato, una discussione pubblica di questo tipo abbruttisce il paese. Cominciamo dall’inizio: il 4 dicembre si voterà tra lo status quo e la riforma. Chi critica la seconda è a favore del primo. Punto e basta. Il resto è fumo negli occhi.

Se così è, allora vediamo se la riforma è migliore della situazione esistente. Eliminiamo subito gli equivoci. La riforma non tocca né la Premessa sui principi fondamentali né la Parte Prima sui diritti e doveri dei cittadini della Costituzione del 1948. Inoltre, della Parte Seconda di quest’ultima (quella sull’Ordinamento della Repubblica), la riforma non tocca né la forma di governo né i rapporti tra il potere politico e quello giudiziario. Quindi, contrariamente a tutti i progetti di riforma elaborati nel passato (in particolare dalla Commissione bicamerale presieduta da D’Alema e poi dal governo di centro-destra presieduto da Berlusconi), la riforma in discussione è piuttosto minimalista, incidendo su alcuni aspetti del sistema parlamentare e regionale. Nonostante il suo carattere minimalista, la riforma di quegli aspetti rinvia tuttavia ad un’idea di democrazia. Perché, come tutte le riforme costituzionali, anche questa non è pura ingegneria istituzionale. Dunque, il 4 dicembre saremo chiamati a scegliere tra un’idea e un’altra di democrazia, non già tra una technicality e un’altra. Se non fosse così, non varrebbe la pena di andare a votare.

Qual è l’idea di democrazia che è proposta dalla riforma e quale idea di democrazia essa vuole sostituire? Per rispondere, indico i tre aspetti cruciali della riforma. Primo. Essa riconosce il potere di fiducia/sfiducia al governo solamente alla Camera dei deputati (e non più anche al Senato come è ora). Una fonte di instabilità governativa viene neutralizzata se si pensa che, nelle ultime sei elezioni nazionali (1994-2013), per ben quattro volte si sono verificate maggioranze distinte nell’una e nell’altra camera. Una divergenza che ha avuto la sua drammatica apoteosi nell’aprile 2013, quando tutte le forze politiche del Parlamento (con la sola esclusione del M5S) furono costrette a chiedere al Presidente Giorgio Napolitano (in scadenza) di ricandidarsi perché incapaci di trovare un accordo su un candidato alternativo. Secondo. La riforma riconosce al governo la possibilità di beneficiare di una corsia preferenziale alla Camera dei deputati per i disegni di legge ritenuti da esso prioritari, riducendo così il ricorso ai decreti legge di cui i governi hanno abusato nel passato. Una fonte di incertezza legislativa viene neutralizzata, rendendo più esplicito il confronto tra il governo e le opposizioni (di cui si prevede per la prima volta uno statuto specifico). Terzo. La riforma razionalizza i rapporti tra lo stato e le autonomie territoriali, seguendo il tracciato definito dalle sentenze della Corte costituzionale degli ultimi quindici anni, sentenze costrette a risolvere la molteplicità di dispute tra centro e periferie indotte dalla costituzione attuale. L’abolizione delle competenze condivise, l’introduzione della clausola dell’interesse nazionale, il trasferimento allo stato di competenze cruciali per lo sviluppo configurano certamente un ri-accentramento dei poteri. Tale ri-accentramento viene però bilanciato dalla trasformazione del Senato in una camera delle autonomie, attraverso la quale queste ultime potranno far sentire la loro voce direttamente al centro. Anche in questo caso, una fonte di conflittualità nella gestione delle politiche pubbliche viene neutralizzata.

Se si considerano questi aspetti, è difficile negare che la riforma ci faccia fare un passo in avanti rispetto alla situazione esistente. Soprattutto, il governo ha più possibilità di poter fare il proprio lavoro. Ovvero cercare di realizzare il programma con cui la maggioranza ha vinto le elezioni. Se questa è l’idea di democrazia che la riforma promuove, qual è l’idea che essa contrasta? Quest’ultima è stata esposta con chiarezza da Gustavo Zagrebelsky. Per quest’ultimo, la democrazia dovrebbe essere un regime politico in cui non ci sono vincitori e vinti, in cui le decisioni vengono prese in Parlamento attraverso accordi trasversali e contingenti tra i suoi membri. In questa democrazia, i rappresentanti sono scelti per le loro qualità sociali, non già per le loro posizioni politiche o programmatiche. Ma se così è, allora come può un cittadino stabilire chi è responsabile per le scelte fatte o non fatte? Ed infatti l’opacità del nostro sistema istituzionale ha prodotto una diffusa irresponsabilità politica. Tant’è che nessuno è considerato responsabile per l’enorme debito pubblico che abbiamo accumulato. La democrazia senza (periodici) vincitori e vinti è in realtà un regime oligarchico. È l’assenza di competizione tra distinte forze politiche che produce l’oligarchia, cioè la permanenza prolungata al potere delle stesse persone. Come è avvenuto nella Prima ma anche nella Seconda Repubblica. Le democrazie hanno bisogno di élite, non di oligarchie. Le prime assolvono una funzione necessaria, le seconde costituiscono invece una degenerazione del processo democratico. Solamente la competizione può produrre il ricambio regolare e pacifico delle élite di governo. E senza competizione in politica, è improbabile che possa esserci il ricambio anche nell’economia e nella società.

Mentre lo status quo alimenta un’idea di democrazia basata sulla confusione delle responsabilità, la riforma avanza invece l’idea di una democrazia governata. Il punto è che la capacità di governo costituisce una condizione esistenziale per sopravvivere, oltre che per crescere, nel sistema di interdipendenze in cui siamo collocati. Infatti, se è vero che a Bruxelles si prendono gran parte delle decisioni che incidono sulla vita dei cittadini, come si fa ad influenzare quelle decisioni se si è rappresentati da governi che cambiano in continuazione o da élite politiche che litigano in continuazione? Non è un caso che i contrari alla riforma costituzionale, dell’Europa non parlino mai. Dovrebbe essere un interesse di tutti avere un Ordinamento della Repubblica che consenta di giungere a decisioni in tempi ragionevoli, che favorisca una gestione responsabile del bilancio pubblico, che incentivi la coerenza dei governi e il loro controllo da parte delle opposizioni, così rafforzando il ruolo dell’Italia in Europa. Alla fine è su questa idea di democrazia che dobbiamo votare il prossimo 4 dicembre. Stabilendo se sia più o meno adeguata rispetto all’idea di democrazia in cui tutti possono decidere ma nessuno è responsabile per le decisioni o non-decisioni prese.

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