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Dossier Green economy italiana leader mondiale

    Dossier | N. 10 articoliRapporto Sviluppo sostenibile

    Green economy italiana leader mondiale

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    Dobbiamo inforcare gli occhiali rosa dell’ottimista Pangloss (personaggio creato da Voltaire) e al tempo stesso dobbiamo usare gli occhiali oscurati del filosofo pessimista Arthur Schopenhauer: in fatto di green economy l’Italia ha molto da imparare, certo, ma al tempo stesso l’Italia ha moltissimo da insegnare al mondo. Un Paese ambivalente, genialmente primo della classe e stupidamente ultimo della classe.

    Un primo esempio, le fonti rinnovabili d’energia. L’Italia ha assegnato per anni al settore fotovoltaico incentivi sontuosi che rendono assai pesanti le bollette dei consumatori. Proteste a non finire: gli incentivi sono pesantissimi e non creano una filiera industriale nazionale delle rinnovabili - si è detto -: soldi che finiscono nelle tasche dei produttori cinesi di pannelli solari. Vero, in larga parte; ma la filiera delle rinnovabili è nata e oggi i system integrator del fotovoltaico e le utility italiane sono chiamate in tutto il mondo a costruire centrali pulite di ogni tipo e dimensione. La centrale superba dell’Enel che Matteo Renzi inaugurò in marzo in Nevada aveva solleticato gli ottimisti alla Pangloss (è vero: gli italiani sono i più forti al mondo nel settore) ma aveva richiamato anche schiere di pessimisti alla Schopenhauer (non ha senso investire all’estero quando in Italia sono in frenata le fonti rinnovabili d’energia).

    Non a caso l’Enea nel rapporto sull’efficienza energetica ha rilevato che l’Italia è fra i leader in Europa «con un livello d’intensità energetica del 18% inferiore della media Ue». Effetto della migliore efficienza del modo italiano di produrre e consumare, effetto anche della crisi economica che ha colpito in Italia più che altrove, effetto di politiche contraddittorie che insieme promuovono, frenano, puniscono e incentivano.
    Questa distonia si ripete in tutti i segmenti. Italiani primi e al tempo stesso ultimi nei rifiuti (leader mondiali del recupero e riciclo di pneumatici e cartoni ma fanalino di coda per l’umido), per esempio. Nelle tecnologie. Nell’innovazione. E così via.
    Gli Stati generali della green economy, che si svolgeranno l’8 e il 9 novembre a Rimini in occasione della fiera Ecomondo, saranno l’occasione per confrontare le ambiguità italiane nel settore e per cercare di fare la somma algebrica fra i più e i meno.

    E probabilmente l’addizione dà un risultato algebrico più, come ha analizzato Edo Ronchi, il quale coordina il Consiglio nazionale della green economy. L’Italia è prima in Europa anche se non lo sa.
    Ecco alcuni dei dati tratteggiati da Ronchi: tra il ’90 e il 2014 l’Italia ha anticipato il traguardo e ha ridotto le emissioni di gas serra di circa il 20%, terza fra i Paesi europei di riferimento dopo Gran Bretagna e Germania, ma sta peggiorando le performance; per efficienza energetica è seconda dopo la Gran Bretagna; per uso di fonti rinnovabili di energia è prima (17,1%) ma ha smesso di investire.
    In questo contesto contraddittorio nasce e cresce un’esperienza come la start-up Veos con Massimo Orlandi e Riccardo Bani con le rivoluzionarie caldaie superefficienti Tina e Retina, e in questo contesto contraddittorio la start-up Electro Power Systems guidata da Carlalberto Guglielminotti deve quotare all’estero, all’Euronext di Parigi, i suoi sistemi di accumulo dell’energia.

    Esemplare anche la storia del riciclo: fra spinte e frenate, il sistema Conai con i suoi consorzi batte primati invidiati in tutto il mondo ma si scontra con gli ostacoli alla competizione e con norme ormai antistoriche; lo stesso accade a volte agli altri consorzi come quelli degli oli usati, degli pneumatici o dei rifiuti elettrici ed elettronici.
    Ancora i numeri del rapporto sulla green economy: nel riciclo dei rifiuti urbani l’Italia col 42% (dato 2014) si colloca subito sotto la media Ue 28 e al 3° posto fra i cinque grandi Paesi europei, dietro alla Germania (oltre il 60%) e, di poco, dietro al Regno Unito, ma prima della Francia e della Spagna. Ma si va dalle eccellenze del Veneto e in generale del Nord Italia fino al grande gorgo della Sicilia, incapace di separare l’immondizia riciclabile e di dotarsi di un sistema di impianti moderni di raccolta differenziata e di smaltimento.

    Se si seziona in modo diverso il mondo dei rifiuti si scopre che, a fianco delle eccellenze del sistema Conai e a fianco dei disastri di alcune aree del Paese, esiste il mondo dei rifiuti industriali, assai più vasto. Nel 2012 sono state riciclate in Italia 99 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, pari al 76% dei rifiuti prodotti. Rispetto ai cinque principali Paesi europei, l’Italia si colloca largamente al primo posto, seguita da Germania (69%), Francia (61%), Spagna (52%) e Regno Unito (49%) e 30 punti percentuali sopra alla media europea (46%).
    Un indicatore prezioso per leggere la qualità della green economy è una particolare versione del Pil, cioè la produttività delle risorse misurata come consumo interno di materiali per unità di Pil (in euro di Pil per chilogrammo di materiale consumato). Secondo i dati Eurostat 2015, con 3 euro prodotti per chilo di risorse usate l’Italia si colloca seconda fra i cinque grandi Paesi europei, dietro al Regno Unito (3,4), ma davanti a Francia (2,8), Spagna (2,7) e Germania (2,1).

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