Italia

La strada ancora lunga verso un Fisco più semplice

L'Analisi|l’analisi

La strada ancora lunga verso un Fisco più semplice

Il decreto fiscale, approvato ieri in prima lettura alla Camera, è parte integrante della manovra di bilancio per il 2017. Vi contribuisce con nuove entrate per il prossimo anno pari a circa 4,5 miliardi di euro e con rilevanti risorse aggiuntive anche per il biennio successivo.
Oltre alla sua funzione di “stampella” della legge di Bilancio, il provvedimento (che dovrà ottenere il voto definitivo di Palazzo Madama, presumibilmente senza modifiche) è importante anche perché contiene una lunga serie di misure che si prestano a una valutazione più complessiva per il loro impatto sul sistema tributario: da un lato le semplificazioni fiscali, vere e/o presunte; dall’altro le regolarizzazioni.

Proprio sullo snellimento degli adempimenti, sul (tentativo) di alleggerire il calendario delle scadenze, sulla lotta alla burocrazia fiscale il decreto legge ha ricevuto le modifiche più attese e rilevanti. Qualche sforzo positivo deve essere colto. Si tratta di interventi - dalla tregua estiva alla soppressione del tax day - che sono stati oggetto di un lungo confronto tra le categorie e il ministero dell’Economia. Il risultato, però, sembra deludere le aspettative della vigilia. Come ha sottolineato ieri sul Sole 24 Ore Andrea Carinci, ancora una volta sembra mancare un disegno organico di razionalizzazione. E ancora una volta ci si accorge che non basta spostare un paio di scadenze per rendere il sistema più fluido.

Inoltre, e questo concetto lo ha espresso bene Raffaele Rizzardi nell’editoriale di lunedì scorso, gli interventi del decreto legge – in particolare i “nuovi otto adempimenti” (ovvero: quattro invii trimestrali, a regime, delle fatture emesse e ricevute; e quattro invii trimestrali delle liquidazioni Iva) contro i quali hanno tuonato le associazioni dei commercialisti - restituiscono la brutta sensazione di un via vai di (presunte) semplificazioni, dove a trarre vantaggi è sempre e solo una parte, ovvero l’amministrazione.
Qualcuno dice che anche l’arrivo della telematica, molti anni fa, fu pesantemente contestato dalle categorie ma che ora professionisti e aziende non potrebbero farne a meno. Il che ha un fondo di verità. Ma non si può neppure negare che il tema delle semplificazioni fiscali – pur riconoscendo la buona volontà del ministero dell’Economia – vada affrontato con maggiore decisione. Soprattutto, imboccando con coraggio la strada della premialità verso gli onesti e verso chi è disponibile a condividere più dati.

L’altro capitolo riguarda le regolarizzazioni. Non c’è dubbio che tra le misure approvate, si distinguano – almeno per numerosità – quelle che rientrano nella sfera delle sanatorie (inclusa quella per le liti sulle accise). Non è corretto dire – come alcuni polemicamente fanno – che il decreto sia “pieno di condoni”. Non c’è, per intenderci, il vecchio «scudo fiscale», non ci sono ovviamente i condoni tombali di una volta. Ma, insomma, è innegabile che tra i commi ci siano vantaggi riservati a chi in passato non si è comportato proprio bene con il fisco. E non c’è dubbio che questa modalità amplifichi il rischio di compromettere l’equità, premiando chi è stato meno attento e propenso al rispetto delle regole.
La «definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della riscossione», come sappiamo, è stata estesa al 2016. A voler essere cattivi, si tratta della prima “sanatoria preventiva”, visto che in questo modo potranno essere regolarizzate anche le cartelle non ancora consegnate ai contribuenti. Ci sono anche altri aspetti importanti, come ad esempio l’estensione della rottamazione agli enti, Comuni e Regioni, che non riscuotono tramite Equitalia, anche se si tratta di un’operazione non priva di incognite per i contribuenti.

Certo, un’operazione di “pulizia” nei carichi di Equitalia (fa sempre impressione ricordare gli oltre mille miliardi di euro affidati dal 2000 al 2015, di cui solo poco più di 50 ancora “aggredibili”), alla vigilia di una riforma che nelle intenzioni deve cambiare volto alla riscossione coattiva, può certamente a giustificare la rottamazione. Quel che invece continua a convincere poco è l’idea che al posto di Equitalia possa arrivare un soggetto – l’agenzia per la riscossione – che dovrebbe fare le stesse cose che fa Equitalia, senza però “infastidire” i contribuenti. Tutti ci auguriamo che ciò sia possibile ma vale la pena ricordare che per riscuotere le tasse che non vengono pagate spontaneamente, forse, non basta il solo bon-ton.
Si è poi scelto di offrire una nuova (ultima?) opportunità a chi detiene illegalmente capitali all’estero. Ora, è evidente che la voluntary non è, in genere, una procedura a buon mercato e il conto finale risulta spesso elevato. Il vero obiettivo della riapertura dell’adesione era di consentire un più entusiastico accesso alla regolarizzazione domestica, già prevista nella precedente voluntary, ma che aveva raccolto solo una manciata di domande. Il decreto legge però non mutava le condizioni rispetto al passato. Qualche apertura in più è ora arrivata in sede di conversione. Vedremo se l’emersione di contanti diventerà più appetibile.

Tuttavia, complessivamente, è giusto notare che la tendenza a riaprire vecchie forme di regolarizzazione (seppur onerose) non appare una bella abitudine per un fisco così impegnato nel cambiare verso.

© Riproduzione riservata