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Dossier Sono le startup il nuovo asset nella manica dei gestori

    Dossier | N. 9 articoliRapporto Private Banking

    Sono le startup il nuovo asset nella manica dei gestori

    Investire sul potenziale. Con finanziamenti nell’immediato e ritorni sul futuro. I clienti private banking guardano alle startup come asset appetibile per diversificare la gestione del patrimonio, fornendo capitali alle imprese che si muovono tra primi round di finanziamento e programmi di incubazione. Le aziende di grandi dimensioni giocano già un ruolo decisivo nel sostegno delle aziende innovative, visto che il 60% degli investimenti in “open innovation” (dati Assolombarda-Startup Italia-Smau) arriva da gruppi large corporate con fatturato di almeno 50 milioni di euro.

    Se si parla di clienti singoli, però, i criteri sono diversi. Prima di tutto perché il finanziamento è individuale, con esborsi e tempi di recupero più difficili da sostenere rispetto a chi ha un'azienda alle spalle.

    Secondo Andrea Di Camillo, managing partner del fondo P101, il finanziamento alle startup piace anche ai clienti private perché crea un «impatto diretto» sul tessuto economico e può fruttare ritorni interessanti. Meno facile orientarsi nella scelta, vista l’abbondanza di startup e di operatori affiliati al loro mercato: in Italia si registrano oltre 6.400 imprese innovative e oltre 40 incubatori certificati, ma la quota di chi riesce a generare fatturati significativi (dai 100mila euro in su) è ancora marginale. Di Camillo suggerisce una strategia «strutturale» di finanziamenti: investimenti pianificati e diversificati, come nella logica di un qualsiasi portafoglio equilibrato. Il rischio da mettere in conto è che i tempi di maturazione dei risultati possono essere lunghi e ancora più incerti dell’andamento di un titolo finanziario. «Se investi strutturalmente in startup, trovi investimenti sensati e redditizi – dice Di Camillo -. In più, la possibilità di investire in startup dà anche la possibilità di co-investire a fianco di fondi venture capital che si occupano proprio di innovazione».

    I criteri da tenere in considerazione? Di Camillo riepiloga i fattori analizzati da business angel e venture capitalist più familiari con le startup: solidità del team, un piano di business ben articolato, interesse in un settore economico che offra davvero margini di crescita. Un elemento di rassicurazioni in più arriva dalla presenza di investitori professionali tra le quote della società: «Un modo per essere più consapevoli del valore della società, visto che il margine di incertezza è sempre alto».

    Gli ambiti con più prospettive? Marco Gay, vicepresidente esecutivo dell’incubatore Digital Magics, individua i terreni più fertili nei settori a metà via fra i trend internazionali e i punti di forza italiani: «I settori che stanno crescendo a doppia cifra a livello internazionale Sono l’internet delle Cose (IoT), Made in Italy (food, fashion, design) – dice – Senza dimenticare fintech e digital health»

    Anche qui, però, i rendimenti non sono immediati. Stefano Venturi, membro del consiglio di presidenza di Assolombarda con delega ad agenda digitale e startup, evidenzia che le neoimprese devono «fallire e rinascere» prima di garantire risultati e quindi ritorni per gli investitori privati. Un meccanismo che va considerato sia nella open innovation delle imprese sia, a maggior ragione, negli investimenti dei clienti private: «In Italia non falliscono abbastanza startup, si parte sempre convinti di diventare grandi o essere acquisiti subito – spiega Venturi -. Invece l’idea di fondo dovrebbe essere il far consolidare le aziende».

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