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Dossier La partita dei minori costi: 100-150 milioni il primo anno

Dossier | N. 98 articoliReferendum costituzionale

La partita dei minori costi: 100-150 milioni il primo anno

  • – di Carlo, Fusaro
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Il titolo della legge di revisione parla di «contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni» e così, necessariamente, il quesito sottoposto agli elettori. Si tratta dei cosiddetti “costi della politica”.

Dietro questa etichetta, però, ci possono essere cose diverse: (a) le spese, private e pubbliche, per campagne elettorali, nonché i costi per mantenere le organizzazioni politiche (anche i residui rimborsi ai partiti, aboliti dal 2017: rimane la possibilità di finanziarli con il 2 per mille del mod. 740); (b) gli oneri delle istituzioni cui è demandata l’amministrazione della cosa pubblica: a loro volta divisi fra oneri di funzionamento delle assemblee e dei governi ai vari livelli dallo Stato ai comuni passando, oggi, anche per le province, e gli oneri per il funzionamento delle relative amministrazioni (la burocrazia: comunale, provinciale, regionale, statale); ci sono, infine, (c) i “costi”, non traducibili in poste di bilancio, che derivano dalla velocità con cui si prendono le decisioni pubbliche (leggi comprese), dalla qualità di esse, dalla capacità effettiva di attuarle.

La legge di riforma agisce a più livelli, lasciando da parte i costi della politica di cui al primo punto (a). Vediamo come.

Prima di tutto viene soppresso un ente (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, Cnel); in secondo luogo si elimina ogni riferimento alle province; in terzo luogo si trasforma radicalmente il Senato; in quarto luogo si pongono tetti ai costi delle assemblee regionali; in quinto e ultimo luogo si fondono le amministrazioni delle due Camere. Entriamo un po’ più in dettaglio.

La soppressione del Cnel è una specie di atto dovuto, a fronte di un organo, pur definito di rilevanza costituzionale, che non ha affatto concorso, come il costituente sperava, con le sue proposte e i suoi pareri, alla funzione legislativa. Già ridimensionato, i suoi oneri residui sono fra i 15 e i 20 milioni annui.

Togliere le province dalla Costituzione comporta, in sostanza, che ogni regione potrà organizzarsi come vuole: tenendo le province (e pagandosele), accorpandole, sostituendole con enti di area vasta diversamente organizzati, e così via. Già la legge Delrio (l. n. 56/2014) le ha trasformate in una sorta di consorzi di comuni, gestiti dai rappresentanti dei consigli comunali (senza livello elettivo proprio). Il personale è in corso di redistribuzione, come le funzioni. Difficile fare calcoli sul risparmio. In ogni caso ci sarà una semplificazione istituzionale.

I costi di funzionamento degli organi regionali vengono limitati: le indennità dei consiglieri (e dei componenti delle giunte) non potranno superare quella del sindaco del comune capoluogo regionale; sarà vietato finanziare i gruppi. Anche qui, calcoli difficili: consiglieri regionali e membri di giunte sono circa 1070, ma non tutti guadagnano troppo oggi, alcune regioni sono virtuose. Stesso discorso per i finanziamenti ai gruppi: per esempio, ai tempi di Batman Fiorito nel solo Lazio i gruppi ricevevano la bellezza di 14 milioni di euro l’anno, in Toscana 700mila euro. Si può calcolare in media un risparmio prudenziale di 20.000 euro l’anno a persona (totale circa 22 milioni). I gruppi assorbivano al 2014, in tutto, 30 milioni di euro: si può stimare un risparmio di 15 (il resto andrà in servizi).

La fusione delle amministrazioni di Camera e Senato è una delle novità meno evocate nel dibattito (affascina poco), ma più foriera di positivi sviluppi. Prima di tutto nella prospettiva del nuovo Senato (vedi dopo) essa agevolerà il riassorbimento del personale in sovrappiù; in secondo luogo, tutte le funzioni di staff potranno essere unificate; in terzo luogo, finisce, per i dipendenti, la rincorsa a chi ha più benefici; in quarto luogo, un funzionariato unico agevolerà la leale collaborazione fra Camera e Senato.

Il grosso del risparmio verrà però dal Senato. Niente indennità per 315 parlamentari; niente rimborsi e uffici per 220 di essi. Oggi il Senato costa poco più di 500 milioni/anno, la metà precisa della Camera. A regime non dovrà costare più di un terzo: circa 170 milioni, con un risparmio potenziale di ben 330 milioni.

Gli stessi fautori del “no” non negano che la riforma garantisca risparmi: ne criticano l’entità. In realtà le stime dipendono dal fatto che si calcoli il risparmio nell’immediato oppure a regime. Il primo anno sarebbe probabilmente di 100-150 milioni, a regime potrà davvero raggiungere, e superare, i 500 di cui parla chi sostiene il “sì”.

Ma quel che conta di più è il vantaggio, per il sistema paese, derivante dalla maggiore stabilità, continuità e omogeneità dell’azione di governo, da istituzioni più snelle, da meccanismi decisionali più tempestivi e trasparenti. Un vantaggio incalcolabile: in tutti i sensi.

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