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Responsabilità da condividere per centrare gli obiettivi

L'Analisi|L’ANALISI

Responsabilità da condividere per centrare gli obiettivi

La questione degli 85 euro di aumento ha occupato inevitabilmente la prima fila del dibattito, ma l’intesa siglata ieri da governo e sindacati si articola anche in punti più importanti per chi è interessato allo sviluppo della Pubblica amministrazione. I temi sono la produttività e l’ingresso del welfare aziendale nella contrattazione. L’incognita, vista la lunga storia di riforme mancate, riguarda la capacità di tradurre i principi in fatti.

Ma il rilancio del binomio valutazione-produttività, eterna sfida incompiuta per gli uffici della nostra amministrazione, e la spinta nel mondo pubblico degli strumenti che vanno sotto il nome di welfare aziendale sono collegati da un filo rosso: per arrivare a risultati concreti hanno bisogno entrambi di un’assunzione comune di responsabilità fra datore di lavoro pubblico e sindacati, nel tentativo di portare davvero la pubblica amministrazione in uno scenario nuovo.

Sul piano degli obiettivi, e degli strumenti per raggiungerli, è l’attualità a imporre come modello il rinnovo dei contratti metalmeccanici firmato alla fine della scorsa settimana da Confindustria e sindacati. I due mondi, pubblico e privato, sono ovviamente diversi, ma le premesse coincidono e si concretizzano in un accordo unitario raggiunto nonostante una certa freddezza iniziale della Cgil.

A segnare la differenza più importante fra privato e pubblico è il fatto che nel secondo caso, nonostante le molte promesse del passato, la produttività vera è ancora all’anno zero. L’intesa di ieri ha il merito di non aggirare il problema, ma di affrontarlo in modo abbastanza diretto mettendo nero su bianco l’obiettivo di costruire parametri oggettivi, e misurabili in termini di servizi ai cittadini e non di chiacchiere da convegno, sulla base dei quali articolare la distribuzione delle risorse. Siccome chi conosce la storia recente della Pubblica amministrazione ha già sentito troppe volte queste parole d’ordine, però, ora occorre individuare subito la strada per far vedere qualche declinazione concreta di un’esigenza troppo evidente per non essere condivisa: il tempo a disposizione non è troppo perché la riforma del pubblico impiego deve essere varata entro febbraio, e qualunque sia il risultato del referendum di domenica il Paese non si può certo permettere l’ennesimo rinvio a data da destinarsi.

Per arrivare al risultato, il governo parte da un assunto: la strada delle regole di dettaglio fissate per legge, e figlie di una sfiducia profonda nelle “relazioni industriali” e nella capacità stessa della pubblica amministrazione di abbandonare i suoi vizi storici, non ha funzionato, e i lunghi anni di buste paga congelate nella (distorta) situazione precedente ne sono la prova più evidente. Per cambiare strada, l’idea è di attribuire alla legge il compito di fissare i principi di base, a partire dal fatto che se una voce stipendiale è legata alla «produttività» o ai «risultati» non può riguardare tutti i dipendenti. La contrattazione, e in particolare a quella di secondo livello che è l’unica a poter leggere la realtà dei singoli uffici, dovrà invece definire le regole di dettaglio sulla distribuzione delle risorse e sugli obiettivi a cui ancorarla, che dovranno appunto essere oggettivi e «percepibili» dai cittadini utenti. In questo quadro l’utilizzo delle leve del welfare aziendale, cioè dei benefit alternativi a quelli puramente economici, può offrire strumenti aggiuntivi utilissimi in un contesto di risorse scarse e di bisogni di inclusione crescenti. Intendiamoci, però: l’impegno a «incentivare più elevati tassi di presenza» del personale, scritto nell’intesa, può valere come obiettivo anti-assenteismo, tanto più dopo che il decreto Madia è finito nelle maglie della sentenza costituzionale, ma non certo come rilancio della produttività: contrabbandare per merito la sola presenza in ufficio appartiene infatti al novero delle peggiori esperienze di contratti decentrati, e non può essere istituzionalizzato in un’intesa che si vuole innovativa.

Come si vede, la sfida non è da poco, e impone uno slancio di responsabilità sia per la politica sia per il sindacato, a volte uniti in passato nella difesa dell’immobilismo della Pa per ragioni di consenso. Le modalità in cui si è svolta la battaglia sui dirigenti prima del colpo costituzionale non è certo una premessa incoraggiante. Il nuovo accordo, però, è coraggioso, e c’è da sperare che ad animarlo non sia solo l’adrenalina pre-referendum. Un altro buco nell’acqua sarebbe imperdonabile.

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