Italia

Un accordo da 5 miliardi € per 2,8 milioni di dipendenti

pubblico impiego

Un accordo da 5 miliardi € per 2,8 milioni di dipendenti

Marianna Madia durante l'incontro per il rinnovo del contratto degli statali
Marianna Madia durante l'incontro per il rinnovo del contratto degli statali

L’accordo siglato ieri da governo e sindacati sul rinnovo dei contratti nel pubblico impiego vale «quasi 5 miliardi in tre anni», come spiegato dalla ministra della Pa Marianna Madia in conferenza stampa. Va detto subito, però, che non tutte queste risorse sono aggiuntive rispetto a quelle già decise nelle ultime due manovre, e che lo sforzo in più serve soprattutto sul 2018: precisazione importante, che aumenta le chance di attuazione in un contesto che comunque rimane non semplice perché la manovra del prossimo anno ha già in programma anche le riduzioni Irpef e la correzione del saldo strutturale promessa all’Europa. In attesa ci sono gli 1,7 milioni di dipendenti della Pa centrale, ma anche le 472mila persone che lavorano in Regioni ed enti locali e le 664mila impegnate nella sanità.

Ma per non perdersi nel caleidoscopio delle cifre occorre andare con ordine. La trama parte dai 300 milioni all’anno messi a disposizione dalla legge di stabilità 2016 ma mai utilizzati, e continua con gli 1,48 miliardi scritti nella legge di bilancio che ora attende l’esame del Senato. In quest’ultima cifra, però, non tutto è destinato alla contrattazione, perché al netto della quota riservata al bonus da 80 euro per militari e forze dell’ordine e delle risorse (poche nel primo anno) per le nuove assunzioni si scende sotto al miliardo lordo. Aggiunto ai 300 milioni citati prima, quindi, si arriva intorno a quota 1,2-1,3 miliardi.

Ma quanto serve per arrivare a garantire gli 85 euro medi a regime, entro la fine del triennio contrattuale 2016-2018 confermato dall’accordo? I calcoli sono in corso, ma la linea arriva intorno ai 2,5 miliardi all’anno: la strada ancora da compiere, nel 2018, vale quindi altri 1,2-1,3 miliardi.

L’obiettivo è appunto quello di arrivare a un aumento a regime da 85 euro. Il dibattito sulla somma «minima», chiesta dai sindacati, o «media», indicata dal governo si è concluso a favore di quest’ultima soluzione, anche se la formulazione che è riuscita a mettere d’accordo tutti è un po’ bizantina. Il Governo, si legge nel testo firmato, «garantisce» stanziamenti aggiuntivi per «definire incrementi contrattuali in linea a quelli riconosciuti mediamente dal privato», e fin qui tutto bene, «e comunque non inferiori a 85 euro mensili medi». «Non inferiori» come chiedevano i sindacati, quindi, ma solo in termini «medi» come imposto dal governo.

Dentro questa media, quindi, qualcuno otterrà di più e altri di meno. In che modo? L’idea è quella della «piramide rovesciata», cioè, per dirla con il linguaggio dell’intesa, quella di «valorizzare prioritariamente i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione» (come anticipato sul Sole 24 Ore di martedì). La traduzione, spiega il sottosegretario alla Pa e alla semplificazione, Angelo Rughetti, punta a «un cambio di paradigma rispetto al passato quando chi guadagnava di più prendeva di più».

Toccherà ai contratti trasformare in numeri questo principio, con un meccanismo che dovrà fare i conti con la seconda incognita: quella del bonus da 80 euro. A riceverlo sono oggi 7-800mila dipendenti pubblici, e gli aumenti contrattuali potrebbero portare circa 200mila di loro a perdere il diritto al bonus. Per questa ragione governo e sindacati si sono impegnati nell’accordo a «verificare» ed «evitare eventuali penalizzazioni indirette» prodotte dalla decadenza del bonus per l’effetto-aumenti. Secondo le prime stime ministeriali la questione può essere risolta con circa 140 milioni di euro, ma fonti sindacali indicano già cifre più che doppie: la «verifica» da effettuare ai tavoli della contrattazione, quindi, non si annuncia un passaggio banale.

Ma scritto l’accordo politico, quando partirà la contrattazione vera? Per avviarla serve l’atto di indirizzo, cioè le linee guida che la Funzione pubblica invia ai tavoli sui quattro comparti (Pa centrale, scuola-università, sanità e regioni e autonomie locali) che vedranno animarsi le trattative all’Aran, l’agenzia che rappresenta la Pa come datore di lavoro. Ancor prima dell’atto di indirizzo, però, occorre avviare il confronto con Regioni ed enti locali, che oltre a coprire una parte importante dei contratti da rinnovare (1,2 milioni di persone, sanità compresa) sono chiamate a dare l’«intesa» sul testo unico del pubblico impiego, dove sarà disciplinata la parte normativa dell’accordo di ieri.

© Riproduzione riservata