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Produttività la parola chiave per ripartire

L'Editoriale|Attualità

Produttività la parola chiave per ripartire

Giusto un anno fa, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, spiegava, in un’intervista al “Sole 24 Ore”, che la politica monetaria della Bce apre un’opportunità ai Governi per fare le riforme che possono far ripartire una crescita duratura e trasformare le economie dell’eurozona. E che, anzi, la politica monetaria accomodante le rende più facili, al contrario di quanto sostengono i suoi critici, soprattutto tedeschi, e, di converso, essa diventa più efficace se al tempo stesso i Governi realizzano le riforme strutturali.

Nell’ultimo anno, sono concetti che Draghi ha ripetuto spesso. Ieri, ci è ritornato in un discorso a Madrid, la cui parola chiave è produttività, dimostrando, cifre alla mano, che l’Europa, un tempo al passo con le altre grandi aree dell’economia mondiale, sta scivolando indietro nel confronto internazionale e che la perdita di reddito nei prossimi decenni, a causa della mancata attuazione delle riforme, potrebbe essere enorme, anche solo per il fallimento nell’affrontare uno dei problemi strutturali con cui si confronta l’Europa, quello dell’invecchiamento della popolazione.

Draghi elenca le ragioni della bassa crescita della produttività in Europa, e queste non sono nuove. Gli economisti sanno dove bisogna intervenire. Eppure, osserva, la spinta alle riforme sta rallentando.

Non è, in questo caso, un problema solo europeo: il G-20 ha riconosciuto almeno dal vertice di Brisbane del 2014 che, senza riforme strutturali, la crescita non può sostenersi sull’impulso monetario e sullo stimolo fiscale per il quale molti Governi non hanno spazio. Allora, venne stilata una lista di mille possibili misure.

Un anno dopo, venne ridotta a un quinto, nella consapevolezza che senza la scelta di priorità non si sarebbe fatto nulla.

Eppure, l’attuazione va a rilento, tanto che l’obiettivo di dare una spinta addizionale alla crescita del 2% è stato, in sordina, messo da parte. Nell’aprire la presidenza tedesca del G-20, il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, lo ha neppure troppo implicitamente riconosciuto. Eppure, l’attuazione va a rilento, tanto che l’obiettivo di dare una spinta addizionale alla crescita del 2% è stato, in sordina, messo da parte. Nell’aprire la presidenza tedesca del G-20, il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, lo ha neppure troppo implicitamente riconosciuto.

In Europa però il problema è particolarmente acuto. In un’intervista a “El Pais”, uscita anch’essa ieri, Draghi evita il confronto diretto con gli Stati Uniti, ma è chiaro che i risultati sulle due sponde dell’Atlantico, messi faccia a faccia, sono impietosi. Le riforme non si fanno, ammette Draghi, perché, almeno nel breve termine, sono impopolari. E mai come adesso, sotto la pressione dei populismi, la politica ha la veduta corta. Lo stesso Draghi ammonisce però che sotto la pressione dei populismi l’integrazione europea si ferma. E sostiene che è l’incertezza politica la caratteristica “dominante” della situazione europea e la minaccia più immediata alla crescita.

Ma proprio per questo, in assenza di una risposta della politica, Draghi ha provato ancora una volta ad allungare lo sguardo, anche nella consapevolezza che lo stimolo monetario non può durare per sempre e che l’efficacia delle misure non convenzionali, che rivendica, tende a decrescere con il passare del tempo. Nel discorso di ieri, il banchiere centrale europeo parla addirittura dei “prossimi decenni”, nei quali la sfida demografica sarà difficilissima. «Invertire il declino della crescita della produttività e migliorare l’andamento del mercato del lavoro sono entrambi requisiti per vincere questa sfida. Senza uno sforzo concertato sulle riforme strutturali, la crescita del reddito pro capite nell’area euro probabilmente ristagnerà, e potrebbe anche calare», è la sua conclusione. E sollecita l’azione dei Governi, individualmente, a livello nazionale, e insieme, a livello europeo.

C’è da chiedersi se a Roma, a Parigi, a Berlino, dove le prove delle urne si susseguiranno nei prossimi mesi, e dove aleggia lo spettro di quello che è successo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.

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