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Le Province sopravvivono all’abolizione e rilanciano: mancano almeno…

dopo il REFERENDUM

Le Province sopravvivono all’abolizione e rilanciano: mancano almeno 650 milioni

Achille Variati, presidente dell’Unione delle Province italiane (Imagoeconomica)
Achille Variati, presidente dell’Unione delle Province italiane (Imagoeconomica)

«In queste stanze non si è brindato» dopo la vittoria del No al referendum, assicura Achille Variati parlando con i giornalisti nella sala riunioni dell’Unione delle Province italiane che presiede. Ma ora che le Province restano a pieno titolo in Costituzione chiedono certezze anche sui conti: «Senza un provvedimento straordinario – ha scritto ieri Variati al presidente della Repubblica Sergio Mattarella – nessuna Provincia sarà in grado di predisporre i bilanci 2017 con la conseguente interruzione dei servizi essenziali ai cittadini».

Già, perché l’eterna “abolizione delle Province” ha vissuto finora su una sorta di equivoco, che ha puntato a cancellare il nome di questi enti dall’orizzonte legislativo e costituzionale ma non ha potuto azzerarne le attività. La riforma Delrio, nata nel 2014 come premessa ordinaria all’intervento costituzionale, le ha alleggerite di funzioni e personale, i tagli progressivi (un miliardo all’anno, fra Province e Città metropolitane) hanno provato ad accompagnarle all’uscita ma i nodi dei conti prima e il «no» referendario ora hanno interrotto un percorso che va ripensato.

«Qui non si è brindato», dice Variati per rimarcare la distanza fra le Province e il Cnel, compagno di viaggio degli enti di area vasta nel ruolo di bersaglio polemico per spingere verso il «sì» contro i «costi della politica» un elettorato che invece ha deciso in larga maggioranza di andare in direzione opposta. Le differenze con il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro possono essere riassunte in un paio di numeri: 100mila chilometri di strade da mantenere, 5mila scuole superiori da scaldare per evitare raffreddori e bronchiti a 2,5 milioni di studenti delle superiori, e da ristrutturare per non inciampare in guai peggiori, circa 20mila dipendenti rimasti in Provincia dopo la maxi-mobilità che ne ha distribuiti altri 23mila fra Comuni, Regioni, uffici giudiziari e pre-pensionamenti e una spesa corrente che viaggia a circa 4,8 miliardi all’anno.

A finanziarla sono gli automobilisti, con le tasse sulle compravendite dei veicoli e l’addizionale sull’assicurazione, ma i conti non tornano e le Province “ricostituzionalizzate” rilanciano sui soldi.

La legge di bilancio che al Senato avrebbe dovuto distribuire certezze sullo stop alla nuova tornata di tagli messi a suo tempo in calendario per il 2017 dalla manovra di due anni fa è stata travolta anche lei dall’esito del referendum, ed è uscita da Palazzo Madama nello stesso testo con cui era entrata. Le risposte, allora, sono rimandate all’inizio dell’anno prossimo, quando il nuovo inquilino di Palazzo Chigi dovrà firmare «uno o più decreti» sul tema che gli verranno proposti dal ministro dell’Economia.

La richiesta vale almeno 650 milioni per azzerare i tagli 2017 e congelare almeno una situazione pur paradossale certificata tempo fa dai numeri ufficiali della Sose, la società del governo che calcola i fabbisogni standard delle amministrazioni locali: oggi, spiegavano le tabelle Sose, le entrate strutturali delle Province bastano a stento per pagare gli stipendi e le rate dei mutui, e basta accendere la luce in un ufficio o asfaltare un tratto di strada per creare spese aggiuntive e sfondare in disavanzo. Gli automobilisti, quelli che pagano (e che senza saperlo girano allo Stato una fetta importante di imposte «provinciali») se ne sono accorti.

Andare avanti verso l’abolizione non si può, e tornare indietro alle “vecchie” Province non si vuole. A guidare gli enti oggi sono i sindaci, scelti nelle elezioni di secondo livello svolte fra gli stessi amministratori locali, e pur non avendo indennità per le cariche provinciali non hanno nessuna intenzione di mettere in discussione il loro ruolo.

Per evitare di trasformarli in curatori fallimentari, però, servono fondi, e un «tagliando» alla Delrio per rimettersi a fare un po’ di programmazione smettendo di saltare da un’emergenza all’altra. Il conto infinito delle «settimane decisive» per l’abolizione delle Province, insomma, è finito: ora inizia quello per la loro riforma.

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