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Da Ferdinando II ad oggi: parabola della banca più antica del mondo

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Da Ferdinando II ad oggi: parabola della banca più antica del mondo

  • –Cesare Peruzzi

Il salvataggio pubblico di Banca Monte dei Paschi riporta alla mente i versi della poesia L’Aquilone di Giovanni Pascoli: «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico». La nazionalizzazione (sia pure temporanea) della banca più antica del mondo rappresenta infatti un ritorno alle origini e, sotto certi aspetti, conferma una sorta di “vocazione” dell’istituto che ha sede nella Rocca dei Salimbeni, a Siena.

Nella sua storia più che cinquecentenaria, il Monte ha sempre avuto come punto di riferimento la sfera pubblica, direttamente o indirettamente. Con il possesso delle azioni, o con le garanzie prestate all’attività creditizia, lo Stato nelle diverse articolazioni in ambito nazionale e sul territorio ha costituito un valido punto d’appoggio per Mps. Anche dopo la quotazione del 1999, la maggioranza assoluta del capitale è rimasta in portafoglio alla Fondazione Mps, che fa capo alle istituzioni locali. E il progressivo calo di questo legame (attualmente 0,1%) per effetto della crisi degli ultimi anni, dal 2011 in poi, rappresenta una sorta di “normalizzazione” della banca senese rispetto al contesto di mercato europeo. Ma è anche una netta discontinuità con la storia del Monte. Che adesso torna all’antico.

Le origini

Il legame con le istituzioni pubbliche è nel patrimonio genetico di Mps, che nasce nel 1472 con il nome di Monte Pio, per volontà delle Magistrature della Repubblica di Siena, come strumento per combattere la povertà e aiutare le classi più disagiate della popolazione. La vocazione bancaria, in linea con la tradizione commerciale e creditizia della città, si accentua con la riforma statutaria del 1624.

La nuova banca, oltre a introdurre strutture operative moderne per fare credito, lega in modo più stretto l’attività all’economia del territorio, grazie soprattutto alla garanzia statale concessa ai depositanti dal granduca Ferdinando II di Toscana, che per questo vincola le rendite dei pascoli demaniali della Maremma (i cosiddetti paschi). Nel 1624, dunque, la banca cambia nome in Monte dei Paschi (il primo presidente del nuovo corso è Lattanzio Finetti) e avvia un’espansione anche territoriale che, al momento dell’unificazione italiana, la porta a essere una delle strutture bancarie nazionali più solide. Il Monte, tra le altre cose, è il primo istituto a sperimentare l’attività di credito fondiario nel Paese, già alla metà dell’Ottocento e poi, nei primi anni ’90 del secolo scorso, introduce in Italia l’attività di bancassicurazione.

Nei primi trent’anni del Novecento, Mps prosegue la crescita allargando il raggio d’azione a nuovi territori, anche all’estero, ed è tra i fondatori della Banca Toscana (di cui poi prenderà il controllo). Nel 1936, come riconoscimento della sua natura giuridica pubblicistica, viene dichiarato istituto di credito di diritto pubblico, con l’introduzione di un nuovo statuto che resterà in vigore fino al 1995. Il Tesoro determina la governance insieme agli Enti locali senesi, e indica il provveditore (direttore generale) del gruppo.

La svolta mancata

Con la legge Amato del 1990 si creano le condizioni per la privatizzazione della banca. La svolta è di quelle storiche e riguarda l’intero sistema italiano del credito. Nell’agosto del 1995 il Monte si sdoppia in due soggetti: da una parte la Fondazione Mps, con le istituzioni locali come enti di riferimento, che prosegue le finalità filantropiche e di sostegno al territorio del vecchio Monte; dall’altra, la società per azioni Banca Mps, che svolge attività creditizia, finanziaria e assicurativa, ed è interamente posseduta dalla Fondazione. Protagonisti di questo passaggio sono il presidente Giovanni Grottanelli de’Santi e il responsabile dell’ufficio legale Emilio Giannelli, che diventerà anche il primo provveditore della Fondazione in quel momento più ricca d’Italia, con un patrimonio netto di oltre 14mila miliardi di lire.

Il 1999 è un anno decisivo, perché il Monte sbarca in Borsa (non senza polemiche in ambito locale) imboccando una strada che avrebbe potuto dare effettiva attuazione alla legge Ciampi del ’93, scritta per far uscire le Fondazioni dal controllo delle banche. Ma non accade. Il 60% del gruppo senese resta gelosamente custodito nella cassaforte di Palazzo Sansedoni e il presidente della banca, Pier Luigi Fabrizi, pilota un’imbarcazione che punta a realizzare un «gruppo aggregante polifunzionale»: scala Banca agricola mantovana (Bam) e rileva la Banca del Salento (poi Banca 121). Quest’ultima operazione, costata 2.500 miliardi di lire, è stata tra le più criticate (a posteriori) perché i negozi finanziari di Banca 121 non riescono a favorire il salto qualitativo e la modernizzazione sperati. Anzi. La vendita di prodotti finanziari come MyWay e FourYou mette la banca senese al centro di un ciclone mediatico (negativo) che non ha precedenti nella storia del Monte e prelude alle tempeste successive.

Il passo falso

Con l’arrivo di Giuseppe Mussari al vertice della Fondazione (2001) e poi di Banca Mps (2006), si radicalizza la presenza politica locale nel sistema Montepaschi, capovolgendo il paradigma del decennio precedente: se prima era la banca, con la sua forza sul territorio, a esprimere i politici al top delle istituzioni (sindaci di Siena come Pierluigi Piccini e Maurizio Cenni erano dipendenti del Monte), adesso è la classe politica egemone (cioè Pds-Ds-Pd) che colonizza il gruppo bancario, fino a pochi anni prima feudo democristiano. Mussari è un giovane avvocato di origine calabrese ma di adozione senese, con tessera dei Ds in tasca, quando ad appena 39 anni diventa il numero uno della Fondazione che, formalmente scende al 48% nell’azionariato del Monte, di cui però controlla anche un 10% di titoli privilegiati che ne assicurano il pieno controllo nelle assemblee straordinarie.

Lungi dal ridimensionare la propria presenza nel gruppo bancario, dove concentra circa l’80% del patrimonio, la Fondazione Mps vive una stagione di particolare floridezza e arriva a superare i 260 milioni di erogazioni all’anno. Poi, con il passaggio di Mussari a Rocca Salimbeni, nel 2006, e la promozione di Gabriello Mancini da vice a presidente della Fondazione, si realizza una sorta di ribaltamento dei ruoli, al punto che saranno le scelte strategiche della banca a condizionare (in modo drammatico) la vita della Fondazione.

A fine 2007 il Monte acquista Banca Antonveneta dagli spagnoli del Santander. L’operazione, che si concretizzerà nel 2008, ha un costo per Siena di oltre 9 miliardi (Interbanca, controllata da Antonveneta, viene esclusa dalla transazione e rimane al Santander). Con mille nuovi sportelli nel Nord-Est, che si aggiungono ai 2mila della rete senese, Banca Mps diventa il terzo gruppo italiano del credito. Mussari può annunciare di aver preso l’ultimo treno per far diventare grande il Monte e per finanziare la manovra vara un aumento di capitale da 5 miliardi, oltre a emettere un prestito obbligazionario da un miliardo (il famigerato Fresh). La Fondazione, che un patrimonio di quasi 6 miliardi, sottoscrive tutto pro quota e non si diluisce, arrivando a concentrare sciaguratamente la quasi totalità del patrimonio disponibile dentro Rocca Salimbeni.

La normalizzazione

«La storia racconta come finì la corsa», recita la Locomotiva di Francesco Guccini: il Monte deve “coprire” 7 miliardi di linee di credito che Antonveneta aveva con Abn Amro, i mercati finanziari vanno in tilt e trascinano l’economia mondiale in recessione. Nel 2009 la banca fa ricorso ai cosiddetti Tremonti bond per 1,9 miliardi, sottoscritti dal Tesoro. In crisi di liquidità e con un portafoglio crediti sempre più pesante, il Monte supera lo stress test europeo del 2010 sulla solidità patrimoniale, ma chiuderà l’esercizio 2011 con una perdita di 4,69 miliardi per le svalutazioni e gli accantonamenti. Sempre nel 2011 realizza un altro aumento di capitale da 2 miliardi, finalizzato al rimborso dei Tremonti bond, ma poi utilizzato per tenere in equilibrio l’operatività della banca. La Fondazione addirittura si indebita per sottoscrivere la sua parte di aumento. Ma sono gli ultimi sussulti di un sistema in agonia.

Con il 2012 cambia il vertice della banca senese: a gennaio lascia il direttore generale Antonio Vigni e, pochi mesi dopo, il presidente Mussari. Rocca Salimbeni è scossa dalle inchieste della magistratura che passa al setaccio i conti della banca e le operazioni in derivati. Il timone è affidato al nuovo direttore generale Fabrizio Viola. Come presidente arriva Alessandro Profumo. Nel 2013 il Monte emette 4 miliardi di Monti bond, strumenti finanziari ancora una volta sottoscritti dal Tesoro in sostituzione dei vecchi Tremonti bond. Inizia il risanamento che vuol dire soprattutto sacrifici per i dipendenti (4.600 posti di lavoro tagliati e oltre 400 agenzie chiuse). Anche la Fondazione corre ai ripari: lascia Mancini e arriva Antonella Mansi, numero due di Confindustria nazionale, che riduce la partecipazione in Mps fino al 2,5% per fare cassa, attraverso un’alleanza con i fondi stranieri Fintech e Btg Pactual con cui sigla un patto di sindacato.

La Fondazione riesce a recuperare un patrimonio netto di circa 500 milioni e partecipa pro quota al nuovo aumento di capitale da 5 miliardi di giugno 2014, con cui Profumo e Viola provano a mettere in sicurezza i conti del Monte e si procurano i mezzi per rimborsare i 4 miliardi di Monti bond ricevuti dallo Stato che intanto aveva convertito in azioni una parte degli interessi maturati (a un tasso intorno al 9%), diventando con il 4% il singolo maggior socio della banca. Non basterà, come racconta la cronaca recente. E il ritorno a pieno titolo dello Stato nel ruolo di controllore rinvia la normalizzazione del “caso Siena”. La mano pubblica, del resto, non potrà stringere Rocca Salimbeni troppo a lungo.

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