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Consulta e Jobs Act, ora serve una motivazione che non lasci spazi di…

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Consulta e Jobs Act, ora serve una motivazione che non lasci spazi di ambiguità

La decisione più temuta politicamente, dunque, non c'è stata. La Consulta non ha dato via libera al primo dei 3 quesiti proposti dalla Cgil e sottoscritti da 3,3 milioni di italiani, quello sull'articolo 18, con cui si chiedeva di ripristinare il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro dei dipendenti ingiustamente licenziati, estendendolo alle aziende con più di 5 addetti. Era un quesito obiettivamente borderline e la Corte non lo ha ritenuto «chiaro, omogeneo ed univoco» né sorretto da «una ratio unitaria».

I motivi del “no” li spiegherà con il deposito della decisione anche se probabilmente vanno ricercati nella natura propositiva del quesito, frutto di una manipolatività «non sostenibile», cioè di un’operazione di ritaglio di singole parole (delle quali si chiedeva l’abrogazione) che avrebbe finito per introdurre nel tessuto normativo una norma del tutto nuova. Era la tesi dell’Avvocatura generale dello Stato.

È un “no” importante, e pesante, sul quale non c’è stata unanimità. Ma proprio per questo la motivazione avrà un particolare rilievo, perché destinata a segnare un prima e un poi nella giurisprudenza costituzionale sulla manipolatività sostenibile dei quesiti referendari; ben più, evidentemente, di quanto non abbiano fatto altri precedenti costituzionali in materia.

Infatti, se è vero che la sentenza n. 36 del 1997 aveva stabilito già la differenza tra referendum abrogativo (ammissibile) e propositivo (inammissibile), è anche vero che i criteri in essa affermati, calati nei casi concreti di volta in volti esaminati, non avevano sbarrato la strada a quesiti manipolativi (anche in tema di lavoro) che producevano “un’estensione” dell’ambito di applicazione di norme vigenti (come, in questo caso, quella che prevede la tutela reale nelle aziende agricole con più di 5 dipendenti). Valga per tutte, e più di tutte, la sentenza n. 41 del 2003 sul quesito che estendeva la tutela reale addirittura a tutte le aziende, anche con un solo dipendente, dichiarato ammissibile. Ora quel precedente sembra cancellato.

Da questo punto di vista, la decisione della Corte potrebbe avere quindi un valore storico nella giurisprudenza sui referendum, limitando fortemente, in futuro, richieste manipolativo-estensive.

D'altra parte, una motivazione tecnica forte servirà anche a dimostrare che sulla decisione non hanno pesato le ricadute politiche di un eventuale via libera alla consultazione popolare, ovvero il rischio di una fine prematura della legislatura per far saltare il referendum su una delle riforme più qualificanti del governo Renzi, il Jobs act.

Ecco perché, in mancanza nel nostro ordinamento della dissenting opinion (che darebbe voce alle opinioni contrarie dei giudici ma al tempo stesso rafforzerebbe le opinioni prevalenti), è indispensabile che questa pronuncia consenta di dare certezza e prevedibilità alla propria giurisprudenza, nell’interesse di uno strumento vitale di democrazia diretta, di cui vanno evitati gli abusi ma garantito l'esercizio . È quindi indispensabile che la pronuncia della Corte non lasci spazio ad ambiguità ma sia «chiara, omogenea, univoca» ed abbia una «ratio unitaria». Proprio come debbono essere i quesiti referendari ammissibili.

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