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Prodi: «L’Europa è sfuocata sui rischi per le banche»

L’intervista

Prodi: «L’Europa è sfuocata sui rischi per le banche»

Romano Prodi (LaPresse)
Romano Prodi (LaPresse)

Romano Prodi si dichiara “realista” sulle prospettive del 2017, in cui l’Europa continuerà ad arretrare progressivamente, in un «continuo ondeggiamento», ma senza le temute rotture post-Brexit. Anche se «i Governi inseguono i populismi, invece di presentare un’alternativa». Ma la lentezza decisionale dell’Europa rischia di provocare danni gravi in un quadro, destabilizzato dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, divenuto imprevedibile. In un’intervista al Sole 24 Ore dalla sua casa di Bologna, dove promette di dedicarsi nei prossimi mesi a seguire attentamente quello che avviene oltre Oceano, invita ad aspettare qualche tempo prima di giudicare le politiche della nuova amministrazione Usa, ma lo preoccupa la possibile affermazione a Washington di una linea protezionista che colpirebbe anche l’Europa.

Sui ritardi dell’Italia, ricorda che gli interventi da fare sono noti, anzi tutto sulla produttività, «un problema impressionante», in particolare nei servizi, sulla ricerca per l’industria 4.0 e sull’istruzione tecnica, ma devono uscire dalla carta. E sull’incognita dello stato di salute delle banche, afferma che l’Italia paga le conseguenze di una vigilanza europea che «si concentra sul rischio di credito, ma ignora quello di mercato», ma anche dei propri ritardi, come quello «incomprensibile» a intervenire nella crisi del Monte dei Paschi

Perché l'Italia cresce meno degli altri paesi

Professor Prodi, il 2017, secondo molti commentatori, può essere un anno decisivo per l’Europa, dopo Brexit e con lìascesa di movimenti populisti ed euroscettici in diversi Paesi.

Da un decennio si parla di anno decisivo. Mi sembra invece che si arretri pian piano, senza decidere nulla. Vedo piuttosto un continuo ondeggiamento, un proseguimento del 2016, che, visto come è andato l’anno scorso, non mi può rendere felice.

Ma nel 2017 ci saranno elezioni importanti in Francia e in Germania e l’avvio del negoziato sulla Brexit.

Certo, le elezioni francesi e tedesche saranno importantissime ma, dopo il voto, entrambi i Paesi usciranno con una situazione non molto diversa da quella odierna. Non credo invece ci saranno elezioni in Italia. E non vedo elementi di rottura del sistema, che aggravino lo strappo della Brexit. La Gran Bretagna resta un caso a sé: gli inglesi sono sempre stati incerti da che parte dell’Atlantico stare. Ora vedremo che cosa proporrà Trump, sirena e provocatore insieme. La lentezza decisionale europea invece si vede già bene: il negoziato vero inizierà ad aprile e non se ne conoscono ancora né i ritmi né i modi. La verità è che i danni di questa lentezza decisionale dell’Europa potevano essere limitati in un quadro mondiale prevedibile, ma questo è oggi complicato da grandi cambiamenti nel mondo e allora questa incapacità di prendere le decisioni importanti può provocare danni gravi.

Si riferisce all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

La tempesta Trump è solo cominciata e come tutte le tempeste resta imprevedibile: le sue posizioni cambiano continuamente su tutti i temi. E non ha mai mostrato alcun interesse per l’Europa, non ne ha mai parlato. Anche Barack Obama, salvo che nelle ultime settimane, si è mostrato abbastanza indifferente all’Europa, ma il quadro di riferimento era stabile. Ora invece tutti i pilastri dei rapporti transatlantici vengono messi in discussione, pensiamo alla Nato.

L’economia dell’area dell’euro però è in ripresa, anche se, secondo il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, i rischi maggiori vengono proprio dalla politica.

Le ultime analisi parlano di una crescita dell’1,5%, che non è malissimo, un po’ meglio delle previsioni precedenti grazie al buon andamento di fine 2016. Direi che le incognite sono appunto l’incertezza politica e il commercio mondiale. Questo, per la prima volta da molto tempo a questa parte, cresce meno dell’economia globale. In questa situazione, si inserisce l’arrivo di Trump che dichiara di voler applicare dazi alla Cina e ad altri Paesi. Ma la Cina fa parte della Wto, le ripercussioni sarebbero globali. Anche l’Europa può esserne danneggiata. La nomina come responsabile del commercio estero americano di una persona che in passato ha sostenuto posizioni protezioniste preoccupa. Ma nonostante le dichiarazioni recenti, ci vorranno probabilmente ancora alcuni mesi prima di capire la linea della nuova amministrazione Usa in materia di commercio. Anche questo fa parte dell’incertezza di cui parla Draghi.

In questo scenario, l’Italia resta indietro in termini di crescita. Il Sole 24 Ore sta realizzando in questi giorni un’inchiesta sui ritardi del nostro Paese. Ed è arrivato anche un nuovo declassamento del rating.

Nel 2017 l’Italia può avvicinarsi all'1% ma è saldamente all’ultimo posto fra le grandi economie. Quanto alle società di rating, sostengo da anni la superficialità delle loro analisi. Le loro decisioni hanno conseguenze non enormi, ma certamente negative, soprattutto in termini di immagine.

Da dove passa il rilancio della crescita?

Gli interventi da fare sono noti. Il problema della produttività è impressionante. Tutto quello che si è detto sull’importanza dell’industria 4.0 e dei settori innovativi è prioritario, ma finora è soprattutto sulla carta. Ma ci sono altri due punti essenziali, su cui insisto da tempo. Il primo è che non c’è solo l’industria. Il recupero di produttività passa anche dai servizi, e questi sono il vero punto debole della nostra economia. È un processo che va lentissimo e che dovrebbe avere impulso dal rinnovamento della burocrazia. Tra l’altro, noto che si sono eliminati 3-400mila pubblici dipendenti e i salari sono fermi, ma i conti pubblici non migliorano. Naturalmente la prima ragione è la bassa crescita, ma anche il fatto che le varie spending review non sono state portate fino in fondo e che altre spese sono aumentate.

E la seconda area di intervento?

La ricerca mirata allo sviluppo dell’industria 4.0. Si parla da tempo di imitare la struttura dei centri Fraunhofer tedeschi per far incontrare università e imprese, ma ancora siamo al palo. E poi, sono vent’anni che mi batto perché venga incentivata l’istruzione tecnica: prima si parlava di periti, oggi anche di ingegneri. Alla nostra industria mancano queste figure. Forse, per convincere i giovani a scegliere queste carriere, bisognerebbe fare una serie televisiva sui periti industriali, non solo sui carabinieri. Purtroppo, i risultati su questo fronte sono scarsi. Infine, il Governo italiano deve avere una politica sugli investimenti stranieri in Italia e sostenere le imprese italiane che investono all’estero. Per esempio, deve farsi valere per rimuovere gli ostacoli che impediscono a Fincantieri di acquisire il suo omologo francese e creare un protagonista europeo, in un settore in cui ancora possiamo avere un ruolo.

L’altra grande incognita è lo stato di salute delle banche. C’è per esempio, come Il Sole 24 Ore ha sottolineato, una grande attenzione della vigilanza europea sui crediti deteriorati delle nostre banche, ma si è evitato di approfondire la questione dei derivati “tossici” delle banche francesi e tedesche.

La campagna martellante del Sole 24 Ore sui temi della vigilanza credo sia corretta. Ci si concentra sempre sul rischio di credito e si ignora quello di mercato. Le sofferenze sono importanti, ma non vanno sopravvalutate. I rischi di mercato sono altrettanto importanti, anche perché non si sa cosa valgano questi derivati. È una metodologia che ci danneggia ed è un altro esempio di lentezza decisionale dell’Europa. Se i criteri di analisi non sono equilibrati, non si ottiene un quadro oggettivo dello stato di salute delle banche europee. L’Italia ne paga le conseguenze.

Dopo mesi di incertezza, si è arrivati al salvataggio pubblico del Monte dei Paschi.

È chiaro che sulle banche ci sono colpe anche nostre. Come si sia tirato avanti tanto sulla crisi dell’Mps senza prendere una decisione è incomprensibile. Ogni rinvio ha aggravato i problemi. C’è stato un drenaggio dei depositi che si poteva risolvere solo con una rassicurazione chiara, e questa passava dall’intervento pubblico. Era evidente già diversi mesi fa che questo era indispensabile e che l’Europa lo avrebbe accettato. Quando i problemi sono così evidenti, bisogna agire. Guardiamo cosa hanno fatto gli Stati Uniti nel caso dell’auto e delle banche stesse, alla fine senza danno per i contribuenti. La politica è flessibilità e davanti all’emergenza non ha senso nascondersi dietro a posizioni dottrinarie. Se il malato è a rischio, si interviene con la chirurgia d’urgenza.

Tornando al tema della vigilanza, c’è il rischio che la sua azione freni gli sforzi della politica monetaria della Bce stessa per far ripartire il credito e quindi alimentare la ripresa?

Speriamo che l’azione di Draghi non finisca come la tela di Penelope. È curioso comunque che la Bce, che è un organo non politico, sia l’unica istituzione europea in cui possono emergere le differenze e le diverse opzioni e se ne discuta pubblicamente. È anche l’unica in cui la Germania può andare in minoranza.

Concludendo, Lei sembra pessimista sul 2017 dell’Europa.

Direi che in una prospettiva a breve termine sono realista. Tutti sanno che sarebbe una tragedia fermare lo sviluppo europeo, ma oggi non si sa come procedere insieme sui temi che veramente contano, come l’immigrazione, la disoccupazione, il disagio sociale. E i Governi inseguono i populismi, invece di presentare un’alternativa. Ma credo che, davanti a un rischio ancora più forte, alla scelta fra un sì o un no deciso all’Europa, il senso della storia prevarrà.

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