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Quelle 45mila scosse in 5 mesi che l’Europa non vuol vedere

L'Analisi|il commento

Quelle 45mila scosse in 5 mesi che l’Europa non vuol vedere

Sono 45mila le scosse che hanno colpito il Centro Italia negli ultimi 5 mesi: 25 sono di magnitudo superiore a 4,5 gradi. Dopo il primo sisma del 24 agosto, già la scossa del 30 ottobre - la più forte, di 6,5 gradi - ci aveva preavvertito di quello che oggi appare con chiarezza: siamo di fronte a un fenomeno drammatico, nuovo e inedito, un terremoto «lungo» e profondo che ci costringe a rivedere strategie e politiche di ricostruzione e prevenzione. La prima a dover prendere atto di questo nuovo quadro di convivenza con il sisma è la Ue: la smetta con le regolette sulla flessibilità data con il contagocce e alzi lo sguardo oltre il livello burocratico per vedere che a essere a rischio scomparsa sono i borghi più belli d’Italia, un patrimonio fondamentale della storia e della vita dell’Europa.

Di fronte alle popolazioni bloccate dal terremoto e dal gelo, di fronte alle imprese che fanno fatica a ripartire perché ogni scossa e ogni lesione costringe a nuove verifiche, nuovi monitoraggi, nuove autorizzazioni (e nuova burocrazia), di fronte a beni culturali che costituiscono il simbolo di una civiltà secolare e alimentano flussi turistici importanti, di fronte al rischio di una desertifcazione umana, produttiva e culturale, l’Unione europea è più che mai davanti a quel bivio che da mesi ormai si ripropone in ogni discussione, in ogni analisi, in ogni confronto politico. E deve scegliere una strada, dare una risposta: siamo parte di un’Europa delle genti e della civiltà, del lavoro e della bellezza o siamo parte di un’Europa della burocrazia e delle regolette di Bruxelles?

È una domanda decisiva per il futuro di tutti noi che forse avrà una risposta definitiva solo con le tornate elettorali che attendono molti Paesi-chiave dell’Europa quest’anno. Ma è una domanda che da qui, dal terremoto del Centro Italia - così come dal fenomeno delle migrazioni - dovrebbe farsi strada per approdare a una prima risposta, a un percorso nuovo di condivisione. Una risposta delle genti, del lavoro, della produzione.

Noi vorremmo un’Europa generosa e veloce nel comprendere situazioni che evolvono e nel dare velocemente risposte adeguate a quelle situazioni nuove. Il terremoto italiano del 2016-2017 ci dà una rappresentazione di una situazione di disagio «lunga» che merita risposte «lunghe». Non è più emergenza, ormai, ma è qualcosa di strutturale che si è infilato nelle coscienze, è il cuore di un dramma che va affrontato e risolto per non lasciare soli questi cittadini europei.

E come i migranti sono un tema epocale che dovrebbe essere affrontato e risolto con politiche strutturali, guardando oltre gli interessi particolari, dei singoli Paesi o dei singoli partiti, così il terremoto «lungo» merita tutto il sostegno europeo a una politica ampia e lunga di ricostruzione e di prevenzione sismica.

Se vogliamo dare certezza e tranquillità a popolazioni e imprese stremate, se vogliamo far sì che un tessuto produttivo torni a fiorire al più presto e ridia il suo contributo al Pil nazionale ed europeo, è necessario creare un quadro di sicurezze, di sostegni, di tranquillità. E l’Europa è la prima a dover fare la propria parte.

Ovviamente il discorso va replicato a livello nazionale. All’Europa abbiamo diritto di chiedere certezze, sostegno, politiche che sappiano costruire quei ponti necessari fra l’uscita dall’emergenza e un nuovo sviluppo, ma chi deve agire, nell’emergenza, nella ricostruzione e nella prevenzione, siamo noi. Lasciamo stare le polemiche politiche miserevoli che partono in automatico quando ci sono tragedie di questo tipo con il tentativo, da tutte le parti, di lucrarvi sopra. Ovviamente ci sono ritardi e responsabilità anche nell’azione di governo, anche nell’azione della ricostruzione, con quel dramma tutto italiano che si chiama burocrazia, ma lo spirito in cui vanno affrontate deve essere uno spirito costruttivo e unitario.

Bene aveva fatto Matteo Renzi a lanciare, proprio con spirito unitario, «Casa Italia», un progetto capace di dare proprio quelle risposte lunghe a problemi strutturali. Per eliminare l’handicap e fare di questa condizione del nostro territorio un punto di forza - come succede in Giappone o in California - quel progetto, con le risorse necessarie di diverse decine di miliardi di euro e un sostegno politico trasversale, è fondamentale. Ed è fondamentale che parta però subito. Il cambio di governo non ha giovato, ma adesso bisogna subito procedere con la creazione del dipartimento, con l’avvio dei programmi operativi, con la definizione delle linee-guida antisismiche di Renzo Piano che dovrebbero aiutare a diffondere una cultura della prevenzione sul territorio e a migliaia di professionisti che sul territorio operano. Da lì può arrivare un segnale forte all’Europa che non condividiamo quelle timidezze, quei tentennamenti ma che abbiamo le idee chiare sulla strada da intraprendere. Se invece si sommano due timidezze, a Bruxelles e a Roma, non potremo che uscire sconfitti e soccombere.

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