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Regeni, nel video la prova che i servizi segreti lo hanno incastrato

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l’incontro con il sindacalista

Regeni, nel video la prova che i servizi segreti lo hanno incastrato

È la prova che il servizio segreto civile egiziano ha avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell'omicidio di Giulio Regeni. Nella parte finale del filmato in cui il capo del sindacato indipendente, Mohamed Abdallah, chiede denaro al ricercatore, il sindacalista compie una telefonata e dice ai suoi interlocutori «con Regeni ho finito, venite a togliermi la telecamera».

I servizi segreti smentiti
Il particolare non è di poco conto. Perché negli atti del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e del sostituto Sergio Colaiocco sono entrati i verbali di interrogatorio di alcuni agenti della National security, il servizio segreto cairota. Dichiarazioni che sono entrate in conflitto con quelle già rilasciate da Abdallah, il quale alla Procura generale egiziana aveva ammesso che «i servizi segreti mi hanno detto di filmare Regeni». Il video integrale, dunque, dimostrerebbe secondo i magistrati dell'ufficio requirente capitolino i continui depistaggi compiuti dalla National security, che fin dal principio ha tentato di ostacolare la ricerca della verità. Per questo l'ipotesi che il sequestro, le torture e l'omicidio siano state compiute da apparati di Stato egiziano si fa sempre più concreta.

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L'indagine
Giulio era stato scambiato per una spia britannica, giunta in Egitto per fomentare lo scontro tra il sindacato indipendente e il governo di Al Sisi. Ad un anno esatto dalla sua scomparsa, la Procura di Roma sembra essere pronta a stringere il cerchio quantomeno sugli esecutori dell'omicidio. Il sostituto Sergio Colaiocco, che sta coordinando gli accertamenti dei carabinieri del Ros e della Digos della polizia di Stato, punta la sua indagine su due ambiti specifici: il primo riguarda le circostanze con le quali i documenti di Regeni sono entrati in possesso della polizia egiziana. Il passaporto, due tesserini universitari e il bancomat di Giulio erano stati rinvenuti nel corso di una perquisizione nell'abitazione di una banda di rapinatori, tutti freddati durante uno scontro a fuoco con la polizia cairota.

Secondo gli stessi magistrati italiani quel ritrovamento non fu fortuito: i documenti erano stati volutamente messi nelle mani della banda così da addossare loro la responsabilità dell'omicidio di Giulio. Il secondo ambito dell'inchiesta, invece, riguarda il ruolo di due agenti di polizia e tre del servizio segreto civile egiziano.

In particolare si tratta delle dichiarazioni rese dal colonnello che la mattina del 24 marzo scorso ha perquisito l'abitazione della banda in cui sarebbero stati ritrovati i documenti, e dei due agenti che, dopo la denuncia presentata dal sindacalista Mohamed Abdallah nei confronti di Giulio, hanno svolto accertamenti su Regeni tra dicembre 2015 e gennaio 2016. Stando ai pm romani, dalla lettura dei verbali emergerebbero almeno due discrasie.

Giulio controllato da dicembre 2015
I poliziotti incaricati di controllare Regeni affermano di non aver fornito ad Abdallah la microcamera utilizzata per riprendere il dialogo nel quale chiede denaro a Giulio e anzi raccontano che il sindacalista avrebbe agito spontaneamente, impiegando un cellulare per effettuare le riprese. Una verità che, secondo chi indaga, sarebbe evidentemente smentita dalla visione del video. Non vera, inoltre, sarebbe anche l'affermazione messa a verbale dagli agenti, secondo cui gli accertamenti su Regeni si sarebbero conclusi dopo tre giorni dall'esposto. Risulta, infatti, che l'esposto di Abdallah fu fatto non il 7 gennaio 2016 ma il 7 dicembre 2015. Giulio, dunque, rimase sotto osservazione della National security per diverse settimane prima che il fascicolo su di lui fosse solo «formalmente» chiuso.

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