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Soro: «Milioni di dati in mano a pochi un rischio per la…

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Soro: «Milioni di dati in mano a pochi un rischio per la democrazia»

Milioni di informazioni personali in mano a poche aziende: non è più solo affare di tecnologie e del loro incessante sviluppo, ma si tratta di vero e proprio potere. Un potere grande e che cresce sempre di più, con effetti determinanti sulle democrazie. È l’allarme lanciato da Antonello Soro, Garante della privacy, nel corso del convegno tenutosi a Roma su “Big data e privacy”, in coincidenza con la giornata europea della protezione dei dati personali.

Fattore strategico

«Un numero esiguo di aziende - ha affermato Soro - possiede un patrimonio di conoscenze gigantesco e dispone di mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che un numero sempre più grande di persone - tendenzialmente l’umanità intera - potrà subire condizionamenti decisivi». Da una parte una «florida economia fondata sui dati», che continua a crescere perché «i big data sono diventati un fattore strategico della produzione», dall’altra i rischi che tutto questo comporta: le «forme sottili e pervasive di controllo» che noi - ha sottolineato Soro - «alimentiamo con l’incontenibile desiderio di continua connessione e condivisione».

La debolezza delle democrazie

Un sistema che ha finito per produrre «una straordinaria intrusione» nelle nostre vite e che, secondo il Garante, assegna alle poche aziende custodi dei nostri segreti «un potere che si affianca - fin quasi a sopraffarlo - alla tradizionale autorità statuale e che diversamente da questa è meno visibile e prescinde dalla legittimazione del circuito delle responsabilità». E ciò fa apparire le nostre democrazie «più deboli». Ecco perché dovremmo tendere, ha sostenuto Soro, a garantire «uno stesso livello di tutela dei diritti online così come offline». Una regolamentazione che, però, si accompagni a «una nuova consapevolezza da parte delle opinioni pubbliche».

Il senso del limite

È la ricerca della misura, del senso del limite invocato anche da Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, anche se non si tratta di un’impresa semplice e tanto meno circoscritta a un Paese, perché le nuove tecnologie hanno cancellato i confini. Finocchiaro ha anche puntato il dito sull’equivoco dell’invocare la Rete come un luogo di democrazia diretta, perché la potenza di chi siede davanti a una tastiera e pensa di poter cambiare il mondo è solo «illusoria». Occorrono, invece, «forze organizzate capaci di dare risposte complesse a problemi complessi».

Gli obiettivi della Pa

Anche la pubblica amministrazione rappresenta un big data, un archivio immenso di dati personali, ma - come ha spiegato Diego Piacentini, il nuovo commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale, riferendosi all’esperienza italiana - si tratta di informazioni incomprensibili perché non strutturate: non esiste alcuno standard di produzione, analisi e manutenzione di quei dati e manca una specifica attenzione al loro valore economico. Ecco perché Piacentini e il suo staff di venti persone stanno lavorando per creare un framework che valorizzi l’asset rappresentato dai milioni di informazioni custodite dagli uffici pubblici, in modo da renderle interoperabili, consentire la libera fruizione degli open data, dare vita a nuovi servizi innovativi. Obiettivi che richiedono lo sviluppo di competenze tecnologiche all’interno della Pa. Tutto nel rispetto della privacy. E a proposito di riservatezza, «mi sono reso conto - ha sottolineato Piacentini - che quando qualcuno dice”non si può fare perché c’è la privacy “ è perché non ha voglia di farlo».

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