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Shopping cinese nell’hi-tech, scudo…

asset strategici

Shopping cinese nell’hi-tech, scudo Italia-Germania-Francia

Uno scudo per difendersi dallo shopping cinese nei settori ad alta tecnologia. Lo propongono Germania, Italia e Francia che, in una lettera indirizzata al commissario per il Commercio Cecilia Malmström, chiedono un rafforzamento delle protezioni europee in settori strategici sulla base del diritto di reciprocità.

Nel documento, che Il Sole 24 Ore ha potuto leggere integralmente, si fa riferimento in modo generale a «Paesi non Ue» anche se l’obiettivo sembra essere soprattutto l’espansionismo di Pechino nell’hi-tech. Stop ad acquisizioni di aziende europee - è il cuore della proposta trilaterale - se queste ultime a loro volta continueranno a incontrare ostacoli per operazioni in Paesi ad alto tasso di protezionismo. Nell’allegato alla lettera si entra nei dettagli e si condensa in cinque punti il progetto di un nuovo “golden power” europeo.

L’asse italo-tedesco, maturato nel corso del vertice bilaterale di Maranello dello scorso agosto, strada facendo si è esteso alla Francia. L’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e il ministro dell’Economia e dell’energia Sigmar Gabriel che si è poi svolto a Berlino un mese fa ha rafforzato l’idea comune nella convinzione che, prima di trovare nemici interni o instaurare battaglie fratricide, i grandi Paesi industriali europei debbano fronteggiare innanzitutto le minacce esterne, acuite per giunta da nazionalismi economici di chi si chiude all’interno ed è sempre più aggressivo fuori.

Nell’incipit della lettera alla Malmström - firmata da Calenda, Brigitte Zypries (nel frattempo subentrata a Gabriel) e Michel Sapin, ministro dell’Economia francese - si sottolinea che la libertà di investimenti e l’attrazione di quelli stranieri costituisce un principio chiave dell’Unione europea. Si ricorda però che «in pochi anni, investitori non Ue hanno acquisito numerose imprese europee con competenze tecnologiche strategiche». I robot della tedesca Kuka sono solo il caso più noto. In Italia, sottotraccia, si starebbe guardando con attenzione al settore dei cavi hi-tech e a Prysmian molto apprezzata a quanto pare proprio a Pechino.

«Siamo preoccupati per la mancanza di reciprocità», scrivono i ministri: un contesto di regole squilibrate priverebbe l’Europa di competenze e know how fondamentali per la manifattura. Non solo. «La stessa preoccupazione riguarda gli appalti pubblici, settore nel quale le imprese europee ancora fronteggiano grandi difficoltà di accesso in alcuni Paesi». E in questo caso, anche le restrizioni americane potrebbero essere considerate un ostacolo non giustificato sulla base della parità di trattamento.

Nella proposta allegata emergono i dettagli. Si evidenzia l’importanza di avere un vero «level playing-field», cosa impossibile ad esempio quando alcuni investimenti stranieri sono sussidiati dallo Stato e quando determinate acquisizioni sono il pezzo di una strategia di politica industriale. Si ricorda che le regole europee già consentono agli Stati membri di proibire investimenti stranieri quando questi minacciano la sicurezza nazionale. Ma si chiede una «protezione aggiuntiva basata su criteri economici». Il primo è il diritto di reciprocità se nel Paese del potenziale investitore si impongono alle nostre imprese regole restrittive come l’obbligo di siglare joint venture o l’esclusione tout court in alcuni comparti. Un intervento europeo, giustificato comunque solo se l’investimento porta a una situazione di influenza economica, dovrebbe poter arrivare fino al veto. Lo stesso intervento, si precisa, sarebbe particolarmente giustificato se l’investimento del Paese terzo non rispetta le regole di mercato, ad esempio quando rientra in un programma politico sovvenzionato con fondi pubblici. A ogni modo un intervento non dovrebbe pregiudicare l’esistenza di eventuali accordi bilaterali e multilaterali.

In Italia il tema degli asset strategici potrebbe a breve essere declinato anche in chiave nazionale. È praticamente pronta una norma per aumentare gli obblighi di trasparenza degli investitori oltre il 5% di un’azienda quotata (si veda Il Sole 24 Ore del 2 febbraio), il governo sta valutando in questi giorni il provvedimento utile per approvarla.

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