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Banche, ultima fiducia al fondo da 20 miliardi

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Banche, ultima fiducia al fondo da 20 miliardi

Il ministro dellEconomia Pier Carlo Padoan. Foto Ansa
Il ministro dellEconomia Pier Carlo Padoan. Foto Ansa

Dopo il via libera ottenuto ieri alla Camera dalla questione di fiducia (340 sì e 126 no), arriva oggi all’ultimo passaggio la legge di conversione del decreto «salva-risparmio» che stanzia fino a 20 miliardi di debito aggiuntivo per le «ricapitalizzazioni precauzionali» e le garanzie sulle operazioni di liquidità e fissa le regole su burden sharing ed eventuali indennizzi ai piccoli investitori titolari di obbligazioni subordinate.

«Ora – ha spiegato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in mattinata alla presentazione del Rapporto Ocse sull’Italia – le banche hanno tutti gli strumenti per accelerare sullo smaltimento delle sofferenze eccessive nei loro bilanci». Il riferimento di Padoan va al di là del decreto banche, ma l’invito arriva anche per spingere «qualche sforzo in più» in un contesto nel quale le prospettive di rialzo dei tassi di interesse offrono nuove opportunità ai conti bancari. Anche secondo l’organizzazione parigina servono stimoli allo smaltimanto delle sofferenze che, insieme agli scarsi utili, rappresentano il problema chiave delle banche italiane. Proprio «il persistente rischio determinato dai crediti deteriorati e il relativo peso sul capitale» hanno motivato l’outlook negativo sulle banche italiane in un report pubblicato ieri dall’agenzia di rating Fitch.

Sul decreto in via di conversione, il dibattito politico continua a concentrarsi sulla la cosiddetta «black list» dei debitori degli istituti di credito che chiedono aiuto allo Stato. Non ci saranno i nomi ma un elenco dei «profili di rischio dei soggetti» nei cui confronti la banca vanta crediti, classificati in sofferenza, per un ammontare almeno pari all’1% del patrimonio netto: questo elenco dovrà essere inserito nella relazione che il governo dovrà inviare ogni quattro mesi al parlamento.

Piatto forte del provvedimento sono comunque le regole per la ricapitalizzazione precauzionale delle banche in crisi. Tra queste, in base ai correttivi introdotti al Senato, ci sono limiti ai compensi per il cda e l'alta dirigenza degli istituti coinvolti. Il richiamo, ha sottolineato il sottosegretario Pier Paolo Baretta, è alle norme Ue che prevedono «una retribuzione al massimo di quindici volte il salario medio nazionale dello Stato membro (o di dieci volte il salario medio della banca). Il salario medio italiano corrisponde a circa 28 mila euro, moltiplichiamo per 15 dà circa 450mila euro».

Il provvedimento fissa poi i criteri di determinazione del valore delle azioni delle banche in ricapitalizzazione che sarà alla base dello scambio successivo con i bond senior. I parametri distinguono le banche non quotate da quelle quotate. Mentre per contrastare possibili speculazioni, il prezzo di acquisto delle azioni figlie della conversione forzata sarà il minore tra quello utilizzato per determinare il numero di azioni da attribuire in sede di conversione e quello che determina un corrispettivo corrispondente a quello pagato dall’azionista per la sottoscrizione o l’acquisto degli strumenti oggetto di conversione. La transazione deve prevedere la rinuncia dell’azionista a far valere ogni altra pretesa. Nella metodologia di calcolo dei valori della nuove azioni o delle azioni che nascono dalla conversione, è poi stabilito uno sconto del 15% per gli obbligazionisti e del 25% per lo Stato. Oltre al caso Mps, tutto l’impianto andrà probabilmente testato anche su Veneto Banca e Popolare di Vicenza, su cui è stata avviata un’istruttoria con la Bce sull’ipotesi che punta a una ricapitalizzazione da effettuare nel contesto della fusione in cantiere.

Tra gli altri emendamenti approvati in Senato va poi ricordata la riapertura fino al 31 maggio prossimo dei termini per aderire ai rimborsi forfettari dell’80% per i clienti delle quattro banche regionali finite in risoluzione a fine 2015.

L’approvazione definitiva del provvedimento arriverà questa mattina, come s’è stabilito con accordi informali tra i gruppi parlamentari che, ieri, hanno concluso i lavoro con un confronto su 45 ordini del giorno.

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